In nome della passione: la sottomessa mena le danze

21 Set

morsi

“La colpa sulla pelle” di Leonarda Morsi – Ed. Damster

Negli ultimi tempi c’è stato un proliferare di opere di letteratura erotica la cui trama è sintetizzabile in questo modo: Una donna incontra un uomo che la introduce a una relazione di tipo dom-sub. Si tratta probabilmente, in gran parte, anche di una conseguenza del grande successo commerciale delle famose “sfumature“.

Di solito in queste opere la protagonista è una donna pura e innocente, la cui unica colpa è quella di invaghirsi di un uomo bellissimo, affascinantissimo, strafighissimo (e, cosa che non guasta, straricchissimo) il quale però ha una psiche tormentata che lo rende incline a certi vizietti sadomaso, ai quali per amore (solo per amore) la candida donzelletta si presta.
Un’impostazione da favoletta rassicurante che probabilmente non è l’ultima tra le ragioni del successo che le “sfumature” hanno ottenuto presso un certo tipo di pubblico (soprattutto femminile e sostanzialmente conformista e puritano).

Nel romanzo breve “La colpa sulla pelle” di Leonarda Morsi, oggetto di questa recensione, la protagonista è Barbara, quarantenne sposata, senza figli, con un un ottimo lavoro. Un giorno, all’improvviso, Barbara riceve un invito a cena da un certo Alberto che intende instaurare con lei una relazione pregna di elementi di dominazione/sottomissione. Barbara accetta l’invito a cena, e anche tutto il resto.

Siamo in presenza dell’ennesima rilettura (o, peggio, scopiazzatura) delle “sfumature“? La trama appena descritta potrebbe farlo sospettare. Se non fosse che ci si accorge presto che questo testo non si presta facilmente a una lettura troppo superficiale. Quelle che a prima vista possono sembrare delle stranezze, delle deroghe dalla logica più stretta del plot per come si delinea sin dall’inizio, presto compongono insieme un disegno dotato di un proprio senso compiuto. L’ennesima storia della donna che incontra l’uomo che la introduce al BDSM è in realtà solo una maschera, sotto cui si nasconde un’altra cosa.

Prendendo in prestito le parole della sinossi, possiamo dire che questo romanzo è soprattutto il viaggio di una donna “alla scoperta di se stessa, della propria natura, delle proprie perversioni“. Un viaggio sostanzialmente interiore.

Il punto di partenza di questo viaggio è in un elemento fondamentale: la passione. In un brano del testo che potrebbe essere scambiato per un semplice riempitivo, ma credo invece sia un passaggio chiave per l’interpretazione complessiva del romanzo, Barbara assiste a una discussione tra la suocera e la giovane cognata. La suocera sostiene, in sintesi, che la passione è cosa per donnette giovani, mentre una donna nel pieno della maturità, una volta acquisito uno status sociale, un’indipendenza economica, e una situazione di stabilità famigliare dove non manchi affetto, vicinanza, supporto, non ne ha nessun particolare bisogno.

Barbara, pur non intervenendo in prima persona alla dicussione, si ribella a questa idea. Secondo lei una donna, anche se non più giovanissima, anzi forse a maggior ragione, non può accontentarsi di tutto ciò. Non può limitarsi a crogiolarsi nel benessere e nella normalità per sentirsi davvero paga e soddisfatta. Al contrario è inevitabile che senta il bisogno impellente di provare passione, di vivere passione, di passare attraverso emozioni intense e sconvolgenti, e quindi di desiderare persone, situazioni ed esperienze che possano generarla.

Barbara sente il bisogno di una relazione con un uomo che non sia inscrivibile negli schemi dell’amore classico, quello finalizzato al “vissero insieme felici e contenti“, che può andare benissimo ad altre fasce di età, ad altre situazioni e a tante altre opere letterarie pseudoerotiche e molto “rosa“. Sente il bisogno di qualcosa che sia di un diverso livello, più intenso, più estremo e totalizzante, per poter accendere questa “passione“.

E’ questa fame insaziabile di “passione” a generare come risposta (ma è solo una delle risposte possibili) l’inclinazione verso esperienze di sottomissione. Un’inclinazione che non nasce quindi da una voglia masochistica di dolori e umiliazioni fini a se stesse, ma dall’anelito di vivere un’esperienza di unione che rompa gli argini e le regole, piegandole alle esigenze di un appartenersi totale, di un donarsi totale, di un viversi reciproco senza limiti e senza confini anche nell’interazione fisica ed erotica.

Una volta compreso tutto questo, la lettura del romanzo prende una piega particolare. Il personaggio di Alberto e tutte le esperienze che Barbara vive con lui, vanno interpretate come se in qualche misura non fossero veri personaggi ed esperienze ma mere proiezioni delle pulsioni, dei bisogni insoddisfatti e dei desideri della protagonista. Una maschera, come dicevo sopra, del vero contenuto. Personalmente ho trovato piuttosto affascinante attraversare le pagine del romanzo, distinguendo i momenti (rari) in cui l’autrice cerca di dare concretezza e spessore alla maschera, e quelli, (abbondanti), in cui lascia scivolare più o meno consapevolmente indizi per far capire a chi legge che appunto si tratta di una maschera sulla quale non fossilizzarsi oltremisura.

A soffrire di questa doppia lettura, dal punto di vista letterario, è sicuramente il personaggio di Alberto, schiacciato da un lato dall’obbligo di rivestire la parte dell’uomo autoritario e dominante nei confronti di Barbara, dall’altro da una realtà che lo vuole proiezione, e quindi in un certo senso marionetta, dei desideri (vulcanici e tumultuosi, spesso quindi anche incoerenti e contraddittori) della protagonista.

Il nostro povero Alberto è davvero un pianto sin dal suo primo apparire. Ne combina di tutti i colori. Il primo messaggio che scrive alla protagonista inizia così: “Gent.ma Direttrice, anzi, gentilissima Barbara“, tanto per chiarire da subito il suo essere uomo tutto d’un pezzo, senza sbavature e indecisioni. Poi le regala abiti e scarpe dello stesso negozio che Barbara dirige, scelta che personalmente trovo, se non di pessimo gusto, perlomeno piuttosto rischiosa. Ma ciò che troviamo più clamoroso come indizio è che Barbara nel parcheggio del ristorante del loro primo incontro, prima ancora di incontrarlo, già stia fantasticando le emozioni intense e totalizzanti di un rapporto di dominazione e sottomissione, quando fino a quel momento Alberto non aveva fatto altro che invitarla galantemente a una semplice cena. Quanto basta per capire immediatamente quanto il presunto padrone dominante conti in realtà zero mentre tutto quello che succede dipenda esclusivamente dai desideri di Barbara.

Per tutto il romanzo Alberto ha nei confronti di Barbara un atteggiamento ossequioso e reverente, quasi da maggiordomo. Le si rivolge chiamandola “Mia signora“. Ogni tanto, per ottemperare a quanto richiede la maschera, fa un gran parlare in astratto di “regole” di “punizioni“, che poi restano sostanzialmente lettera morta. In ogni caso, per ogni volta che, per onor di firma, gli sfugge di dire qualcosa da Master (non posso fare a meno di immaginarmi Nanni Moretti che lo implora: “Alberto, di’ qualcosa da Master“), non manca mai di precisare ripetutamente che non sarà fatto niente che non sia nei desideri di Barbara.

Anche nei momenti erotici capita più di qualche volta che sia Barbara a prendere l’iniziativa, in barba al suo ruolo di sottomessa. Per inciso, la fellatio a bordo piscina descritta nel quinto capitolo è davvero un pezzo da urlo, dividendo i meriti tra Barbara che la realizza e l’Autrice che la descrive (entrambe, non a caso, bolognesi).

Andando a stringere, l’unica vera regola tra i due è quella che impone ad Alberto di non contattare Barbara di propria iniziativa. E’ sempre Barbara a cercare lui, in funzione dell’eterno conflitto tra le proprie pulsioni e i propri sensi di colpa, nonché delle occasioni per sgaiattolare via da casa che le offrono i movimenti del marito. Quando Barbara decide di andare a nuotare nell’enorme piscina coperta della megavilla di Alberto, entro breve lui si presenta, ogni volta precisando “Ho disdetto un importante impegno di lavoro per stare con te, Mia Signora“. In altre parole: Barbara tira un cordone di stoffa, e Alberto prontamente si presenta con un inchino per mettersi agli ordini. Siamo piuttosto lontani dall’ortodossia di un rapporto dom-sub.

Tutte queste critiche nei confronti dell’incoerenza e dell’inconsistenza letteraria del personaggio di Alberto, è importante chiarirlo, sarebbero doverose solo restando ancorati a una lettura superficiale del testo. Leggendo con maggiore profondità è invece interessante e affascinante osservare come la fame di passione di una donna possa generare tali desideri contraddittori da essere quasi impossibile immaginare una figura maschile che riesca a incarnarli e realizzarli compiutamente. Quello che Leonarda ci sta dicendo è che una donna, anche se incline ad esperienze di un certo tipo, potrebbe non desiderare il tipico master ortodosso. E più facile che si aspetti un uomo che dovrebbe essere a un tempo padrone e schiavo, autoritario e servile, implacabile e tenero, feroce e delicato, eccetera eccetera. Quindi il problema non si esaurisce sul piano letterario, e anzi ci sentiremo di spezzare a favore del povero Alberto una piccola lancia.

Andando oltre la figura maschile, anche le situazioni che Barbara vive, o se preferite proietta, appaiono piuttosto interessanti. In particolare mi ha colpito la grande villa dove Alberto la porta nel capitolo sesto. E’ una delle tante declinazioni, sia pur con sfumature diverse, dell’archetipo della Villa di Roissy dell'”Histoire d’O“. Sembra che una coppia che viva nell’intimità un rapporto sub-dom senta spesso l’insopprimibile anelito di trovare (o di immaginare) un contesto “sociale” dove esportare pubblicamente la propria situazione e quindi in qualche modo cristallizzarla. Insomma un contesto in cui sia normale, addirittura obbligatorio, che le donne siano schiave dei propri padroni (così come esistono ovviamente, nell’immaginario e non solo, contesti analoghi di segno opposto). Ovviamente le situazioni e le regole all’interno di questa villa sono abbastanza estreme e fuori dalle righe, se prese alla lettera e non lette (come al solito) come proiezioni di un immaginario. Va aggiunto che questo passaggio è l’unico in cui la scelta di narrare al presente sembra giustificata dall’esigenza di dare una patina straniante e onirica all’atmosfera complessiva.

Volendo andare alle conclusioni direi che, una volta saputa individuare la giusta chiave interpretativa, questo romanzo di Leonarda Morsi si rivela estremamente interessante, istruttivo, e coinvolgente. C’è molta profondità, molta verità spesso anche scomoda, su cui riflettere, ad accompagnare dosi più che accettabili di eros. L’Autrice ha una penna scorrevole e abile nel saper evocare situazioni ed atmosfere, al punto da non rendere troppo faticosa per chi legge la prosa al presente (scelta forse non completamente giustificata). Forse dovrebbe essere un po’ più esplicita e coraggiosa in qualche scena erotica per aiutare il lettore a capire cosa succede in modo più immediato, cosa che non sempre riesce.

Consiglio l’acquisto di questo libro senza alcuna esitazione.

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