La prima uscita delle Staroccate, tra modelli taroccati e polveri bagnate

13 Apr

staroccateBagnami – Le Staroccate – Damster Edizioni

Le Staroccate sono un gruppo di otto amiche che condividono l’hobby della scrittura erotica. Hanno stretto amicizia durante la collaborazione alla raccolta di racconti “Arcani Maggiori Vietati ai Minori” (da qui il nome di “Staroccate“) e hanno creato un gruppo segreto su Facebook all’interno del quale, secondo quanto riportano varie leggende metropolitane, le Nostre si confidano vicendevolmente, senza veli e senza pudori, le proprie esperienze intime, le proprie pulsioni, le proprie fantasie inconfessabili e i propri desideri erotici. Sembrerebbe, dicono le leggende, che tra esperienze, pulsioni, fantasie e desideri, le nostre tocchino vertici di trasgressione estremi e inarrivabili.

Era prevedibile che in un gruppo di scrittrici aleggiasse l’idea di pubblicare qualcosa insieme. Ed era inevitabile che prima o poi arrivasse lo spunto intorno cui costruire una raccolta di racconti.

Sempre secondo le leggende metropolitane che circolano (da prendere, come tali, con le molle) una di loro un giorno avrebbe, condizionale d’obbligo, pubblicato sul gruppo la foto di un modello superfigo nudo (ebbene sì, pare che in quel gruppo segreto succeda anche di questo!) con ogni probabilità con muscoli, zigomi e attributo sessuale debitamente taroccati con Photoshop, come per il 99% di foto del genere circolanti in rete. Questo modello nella foto era tutto gocciolante, come se appena uscito da una nuotata in piscina o da sotto una doccia. A vedere tanta bellezza mascolina, sia pur taroccata con Photoshop e non proprio genuina, un’altra staroccata avrebbe commentato, in tono estasiato, e con tanto di iconcine con gli occhi a cuoricino, “Oh, sì, bagnami!

Sarebbe stata quella, si dice, la scintilla creativa per il titolo e per l’idea di base della collaborazione letteraria collettiva: una raccolta di racconti in ognuno dei quali comparisse un elemento liquido, associato a una o più scene erotiche. Da questa base sarebbero scaturiti i sette racconti che compongono la raccolta che stiamo recensendo. L’ottava staroccata, Fede D’Ascani, vincolata contrattualmente con altro editore, si è limitata a scrivere la prefazione.

In realtà in tutti i racconti, tranne uno, l’elemento liquido non è che abbia tutta questa fondamentale centralità. Probabilmente vale la pena leggere ogni racconto senza star lì a chiedersi quale sia il liquido magico come se fosse un indovinello. Meglio leggere e basta.

Prima di entrare nello specifico dei singoli racconti, si può fare qualche considerazione di carattere generale sulla raccolta. Il livello letterario medio è assolutamente soddisfacente. Le Staroccate sono tutte autrici piuttosto in gamba, e sicuramente la motivazione complice di fare una bella raccolta, così come quel pizzico di inevitabile rivalità per cui nessuna ha voluto sfigurare rispetto alle altre, hanno spinto ognuna di loro a impegnarsi per offrire il proprio meglio.

Da un altro punto di vista però sono rimasto un po’ deluso. Mi aspettavo un contenuto di eroticità e di trasgressione in linea con le leggende metropolitane relative ai contenuti bollentissimi delle confidenze di quel gruppo segreto. Invece, nella media, siamo in presenza di raccontini piuttosto timidi e soft. Ben quattro racconti su sette (quattro e mezzo, in realtà, ma ci torniamo dopo), sono costruiti intorno a una Grande Storia d’Amore, di cui il sesso è solo un componente, per quanto importante. Non ho niente di personale contro i Grandi Amori, ci mancherebbe altro, ma in generale questo approccio romantico e politically correct non è certo quello che rende piccante e interessante la lettura di un racconto erotico. Dal punto di vista dell’effetto erogeno, della carnazza (come si usa dire nell’ambiente, con delicata metonimia), questo “Bagnami!” ha invero le polveri un po’ bagnate.

Le singole autrici, prese singolarmente, sono ben capaci di immaginare e di scrivere qualcosa di più audace e trasgressivo. Mi chiedo allora se il lavorare insieme, tra sole donne, non abbia agito paradossalmente come freno inibitorio. Forse nel chiuso del gruppo ci si scatena senza freni, ma dovendosi presentare tutte insieme al pubblico ha prevalso la tendenza a mostrarsi, in senso figurato, ognuna con l’abito buono.

Apre la raccolta “Il richiamo dell’acqua” di Martina Mars. Diego e Sara sono in vacanza: una vacanza di quelle non programmate, dove giorno per giorno si decide cosa fare, se restare dove si è o scegliere sul momento una nuova meta. Una situazione che già di per sé crea quella piacevole sensazione di libertà, di sospensione delle rigide regole della routine quotidiana.
In viaggio verso i laghi della Slovenia, i due raccolgono una coppia di giovani autostoppisti tedeschi: Andrea (la donna) e Jochen, i quali, come scopriremo presto, sono una coppia che pratica il sesso libero, concedendosi la reciproca libertà di rapporti con altri partner.
Quello che succederà in seguito non è difficile da immaginare, nelle linee generali. Ma è invece tutt’altro che banale e scontato il taglio che Martina dà allo svolgimento dei fatti. Ho apprezzato molto il fatto che l’autrice abbia saputo svincolarsi da quella certa ortodossia pornografica che sposa il dogma per cui si debba scopare allegramente, sempre, comunque, dovunque e con chiunque. Pur non essendoci nel racconto nessuna forma di censura, nemmeno tra le righe, per le scelte libere della coppia di tedeschi, si lascia chiaramente intendere che quella non debba essere considerata una strada obbligata che va bene per chiunque, e che in certi casi è molto meglio evitare. Il Grande Amore tra Diego e Sara, per fortuna, ne esce indenne.
Un’impostazione coraggiosa e originale da parte dell’autrice, che però avrei apprezzato ancora di più in altri contesti. Invece in questa collezione dove, tutto sommato, la trasgressione è merce piuttosto rara, sembra dare il là a una certa inclinazione vagamente puritana che poi resta confermata.

Camille Bordeaux, con “Lacrime dal cielo“, si conferma nel suo stile molto patinato. Situazioni e personaggi non sembrano usciti dalla realtà ma presi in prestito da altri romanzi. Come per esempio la protagonista, giovanetta un po’ discola, che frequenta locali notturni, beve un po’ troppo, e come l’amico del fratello, sei anni più grande, che su incarico del fratello stesso (assente) deve farle un po’ da tutore per evitare che finisca nei guai. Ovviamente è lo stesso amico che insieme al fratello le faceva i dispetti quando lei aveva cinque anni, e di cui già da allora lei era segretamente innamorata. Dettaglio, come si vede, molto più da romanzone rosa o da telenovela, che da “hard boiled school” erotica.
Basta leggere le prime cinque righe e si capisce già che tra i due nascerà un Grande e Commovente Amore, quindi non c’è molta suspance nella narrazione. Tuttavia il racconto si legge piacevolmente, scorre con eleganza, e il momento erotico sotto la pioggia che sancisce l’inizio di questo Grande Amore riesce a essere abbastanza suggestivo, pur se non strepitosamente eccitante.

Nel racconto di Franz Za, “Ricordati di dare l’acqua alle piante“, la protagonista, Elena, è una 45enne che riscopre i piaceri del sesso dopo un lungo matrimonio e una separazione, dalla quale era uscita convinta di essere (prematuramente) fuori dai giochi. E non lo fa, per fortuna, scoprendo un nuovo Grande Amore, ma attraverso una bella e intensa scopata occasionale con un perfetto sconosciuto, 15 anni più giovane di lei. Intrigante la situazione, perfetti i protagonisti, ben movimentata e ben descritta la scena madre, uno dei pezzi erotici più riusciti dell’intera raccolta.
Purtroppo l’architettura del racconto è scombinata dall’inserimento di un flashback piuttosto lungo che secondo me andava evitato, o perlomeno fortemente ridimensionato. Serviva davvero raccontare la storia di quando la protagonista era ventenne e conobbe quello che sarebbe diventato suo marito (inizio del Grande Amore)?
Ho trovato questa scelta poco azzeccata dal punto di vista della struttura narrativa.
Il lettore, all’inizio del racconto, ha tutta una serie di indizi per capire che il piatto forte del racconto avverrà nel qui-e-ora, ossia in quell’appartamento in cui la protagonista 45enne si troverà a vivere da sola per un certo periodo. Poi, andando avanti nella lettura, improvvisamente lo stesso lettore si ritrova catapultato a Parigi venti anni prima, quando la protagonista incontra e ha i primi romantici approcci con quello che sarebbe diventato il marito, prima, e l’ex marito, qualche anno dopo.
Può anche darsi che in sé questa sotto-storia abbia il proprio fascino, ma il lettore è nelle condizioni peggiori per lasciarsene coinvolgere. Primo, perché sa che è, appunto, una sotto-storia, un inciso, una parentesi, e che la storia vera si svolgerà nel qui-e-ora, provando inevitabilmente una certa impazienza accorgendosi che questo tuffo nel passato dura a lungo. Secondo, perché è oggettivamente difficile lasciarsi incantare dall’inizio di un Grande Amore, sapendo già che finirà male una ventina d’anni dopo, e da lui, tanto carino nel flashback, ma che sappiamo già essere destinato al ruolo poco simpatico di quello che abbandonerà la nostra protagonista, per la quale parteggiamo.
Confesso di avere il sospetto che l’autrice si sia  voluta forzosamente adeguare all’impronta romanticheggiante prevalente della raccolta, innnestando innaturalmente un po’ di romanticismo, in un racconto che invece non ne aveva nessun bisogno.
Tagliando quel flashback il racconto sta ottimamente in piedi da solo, ed è un gradevolissimo e stuzzicante pezzo di erotismo. Rimettendoci dentro il flashback diventa qualcosa di molto meno convincente.

Il quarto racconto, quello di Itacchia Spillo, “Il diavolo e l’acqua santa” è quello che mi ha ispirato più simpatia. La cosa che ho apprezzato di più è il fatto che il racconto riflette perfettamente lo spirito dell’autrice, pur senza che questa si sia particolarmente proiettata nella protagonista o che ci sia traccia di particolari riferimenti autobiografici. Nel racconto c’è tutta la verve ironica di Itacchia, il suo atteggiamento disincantato, il suo sorriso, magari in certi momenti punteggiato di una vaga amarezza. L’autrice non sembra riporre tutta questa fede scriteriata nel Grande Amore Perfettissimo, e non ce n’è traccia infatti (era ora!) nel racconto. C’è invece una donna combattuta tra un rapporto ufficiale, istituzionalizzato, alla luce del giorno, ma tremendamente noioso, con un certo uomo, e dall’altro lato un rapporto clandestino, nascosto, trasgressivo (soprattutto per lui), spudoratamente eccitante, con un altro uomo.
Al momento di fare la scelta definitiva, che dovrebbe essere quella saggia, avveduta, e in fondo caldeggiata da entrambi gli uomini, la protagonista si ribella e si rivolge a sorpresa a un terzo uomo, forse l’unico veramente complice e fidato. So di essere molto vago in quello che ho scritto, ma voglio preservare nei limiti del possibile il gusto della sorpresa ai futuri lettori.
E’ una storia che si legge con piacere e divertimento, e ispira sufficiente coinvolgimento nelle parti erotiche. Forse le lettrici più harmonyche resteranno deluse nel non trovare troppi spunti per far inumidire le palpebre dalla lacrimuccia d’ordinanza. Meglio così. Un racconto erotico dovrebbe inumidire altrove (a proposito di “Bagnami!“).

Il racconto di AsharaNeve e fuoco“, è l’unico in cui viene davvero tenuta fede al (supposto) scopo iniziale di immaginare una situazione erotica in cui un liquido sia centrale e imprenscindibile per la storia. L’idea è piuttosto originale, e Ashara evita di aggiungere troppi altri ingredienti, limitandosi a gestire con la consueta maestria quelli che ha a disposizione: l’idea di cui dicevo prima (che non rivelo: la scoprirete leggendo il racconto), una coppia collaudata, che ovviamente vive un Grande Amore, un bel viaggio in moto verso questa idea misteriosa (lo è all’inizio anche per la protagonista). L’attesa per scoprire la meta, e per la grandiosa scena erotica finale, è ben impiegata per intrattenere il lettore con suggestive descrizioni ambientali (potrebbe essere un racconto da leggere con la carta geografica sotto mano) e soprattutto con la descrizione psicologica dei due protagonisti e delle delicate e intriganti interazioni tra loro, i piccoli giochi di potere e dolci dispetti tipici in una coppia che si ama, il progressivo crescere dell’eccitazione mentre si avvicina la fine del viaggio. Pochi ingredienti, storia minimale, ma tutto gestito con grande mestiere nei ritmi, nei tempi, nelle dosi. Non sarà il più memorabile dei racconti di Ashara, ma Ashara è sempre Ashara, e non sbaglia mai un colpo.

Anche il racconto successivo, ha al centro un Grande Amore collaudato e storia minimale, anzi, se possibile, meno che minimale. Ma l’approccio alla scrittura di Antonella Aigle è completamente diverso, direi addirittura opposto, a quello di Ashara. Antonella non dosa, non gestisce, non struttura, non dà ordine. Apre i rubinetti e mette giù quello che viene, così come viene. Ci mette tanta passione, senza dubbio, e così magari qualcosa smuove in chi legge, ma il risultato non è così entusiasmante, per i miei gusti. Abbiamo una donna che viene da un periodo “no” (non si sa per quale ragione) e il marito, che per giorni è stato in qualche modo respinto, misteriosamente indovina i tempi giusti per tornare ad approcciarla e a offrirle, come terapia, una ricca e lunga serata di sesso. Questa può essere una bellissima situazione per chi la vive. Ma per renderla interessante a chi legge ci vorrebbe qualcosa di più del semplice aprire i rubinetti e tirare giù quello che viene viene. Bisognerebbe dosare, modulare, giocare coi ritmi, coi toni, con le parole. Alternare, variare, sorprendere, frenare e ripartire. Bisognerebbe dare un po’ più di respiro alla storia, costruire una situazione, permettere al lettore di entrarci dentro. Altrimenti è come guardare le foto di matrimonio di una coppia di sconosciuti: per loro può essere il ricordo del giorno più bello della vita, ma il resto del mondo ci resta abbastanza indifferente.
Il racconto è svolto con grande intensità lirica. Ma l’intensità è sempre la stessa, dalla prima all’ultima riga. Alla lunga l’intensità, se è sempre costante, finisce per stancare.
Scrivere è solo al 10% aprire i rubinetti e trasferire su un foglio o su un file quello che viene da dentro. Per l’altro 90% significa lavorare su questa materia prima, per parafrasare il celebre aforisma di Thomas Edison.
Forse Antonella, che è prolifica scrittrice di romanzi, paga un po’ la scarsa dimestichezza a  giocare sulla distanza breve di un racconto. In letteratura è così: più è corta l’opera più è importante la cura del dettaglio e il lavoro di rifinitura. Un romanzo può forse tollerare il metodo rubinetto, anche se non è proprio il massimo. Un racconto no.
Ma la cosa che ho trovato davvero pessima non è il racconto, che comunque alla fine è abbastanza gradevole. La cosa davvero pessima è la scelta del titolo. E qui non me la prendo con la sola Antonella, ma con tutta la banda di Staroccate. Possibile che in otto non abbiano saputo trovare qualcosa da suggerire di meno trito, generico, squallido, banale, oltre che completamente privo di veri collegamenti al testo?

Il racconto che chiude la raccolta, “Bagnata ma ribelle” di Rosa Boccadi, merita un discorso a parte. Che io sappia, questo è il primo racconto erotico che l’autrice pubblica utilizzando questo pseudonimo. Ma soprattutto è il primo che l’autrice pubblica, e forse anche il primo che scrive, distaccandosi dalle tematiche, dalle ambientazioni e dai personaggi per i quali è già conosciuta e apprezzata con un altro pseudonimo. Per anni questa autrice ha ricevuto esortazioni ed incoraggiamenti da ogni direzione (compreso dal sottoscritto) per provare a cimentarsi con qualcosa di diverso, ma si è sempre testardamente rifiutata. Le amiche Staroccate sono invece incredibilmente riuscite a convincerla, e già questa è una ragione sufficiente per considerare questo racconto una preziosa rarità.
Poteva venirne fuori un racconto sciatto e frettoloso, senza anima, buttato giù al volo tanto per accontentare le amiche. Invece non è stato affatto così. Il racconto è scritto benissimo, tanto quanto ci si può aspettare dall’autrice più esperta e navigata del gruppo, ma vi si percepisce anche un certo trasporto. Il personaggio della protagonista, ragazzina ribelle e trasgressiva, insofferente a tutti i modelli di “bello buono e bravo” che l’ambiente circostante, a cominciare dalla famiglia, cercano di inculcarle, viene da corde profonde dell’autrice. Così come quell’atteggiamento ambiguo di amore e odio, attrazione e repulsione, verso un certo tipo di mascolinità implacabile, bellissima e dominante (impersonata dal personaggio di Luca, l’istruttore di equitazione), che induce la pulsione contraddittoria, da un lato di lasciarsene soggiogare, dall’altro di soggiogarla, umiliarla, sconfiggerla e distruggerla, magari solo simbolicamente, come nella scena finale del racconto.
Di tutti i racconti della raccolta, questo è quello più genuinamente erotico, quello maggiormente in grado di suscitare le reazioni che da un racconto erotico ci si aspetta.
Sembra quasi che, in perfetto parallelo con la sua protagonista, Rosa si sia rifiutata di indossare l’abito buono in questa prima uscita delle Staroccate, restando quindi del tutto immune alla nefasta tentazione di mostrarsi signorilmente romantica che ha contagiato, chi più chi meno, le altre colleghe.

Questo “Bagnami!” è stato solo un primo tentativo e va giudicato in quanto tale. Sentiremo sicuramente ancora parlare delle Staroccate, magari con un lavoro maggiormente integrato che valorizzi non solo le capacità delle singole autrici, ma anche e soprattutto la complicità amichevole che c’è tra di loro, che è un aspetto da sfruttare più e meglio.

Le incoraggerei anche a osare maggiormente, non solo per un mero discorso di tasso di carnazza, ma anche per cercare qualcosa di più innovativo e originale in termini di creatività, per uscire maggiormente dagli schemi, e non solo a livello dei singoli racconti, ma anche del lavoro complessivo.

Le conosco bene e so che non deluderanno.

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