Il Sesso e l’Amore di “seconda fase”

24 Ago

brividiBrividi in Gabbia di Lady P – Damster Edizioni

Grazie all’incontro con un uomo capace di affascinarla e sedurla, una donna quasi cinquantenne riscopre, dopo lunga inattività, la propria sessualità e vive una specie di rinascita, o di seconda giovinezza. Questo è, in estrema sintesi, il soggetto di questo romanzo, come la sinossi correttamente riporta.

Situazioni di questo genere si incontrano piuttosto spesso nella vita reale e sono sempre più frequenti anche gli articoli di rotocalchi (o del loro corrispettivo web) che trattano del fenomeno.

Da un lato bisogna dire che oggi (per fortuna) si invecchia meglio. Il progresso scientifico e tecnologico ha introdotto nelle nostre vite tante cose negative, senza dubbio, ma chi guarda anche la parte piena del bicchiere non può negare che i progressi nelle cure mediche, in quelle estetiche, eccetera, sono visibili. Una donna negli anta oggi appare esteriormente, e si sente interiormente, sicuramente più giovane di una sua coetanea di trenta anni fa, e può legittimamente essere vista, e sentirsi, oggetto di attrazione sessuale a tutti gli effetti.
Dall’altro lato, ed è forse un fattore ancora più determinante, oggi sono disponibili strumenti un tempo impensabili per uscire dai contesti sociali soliti. E’ più facile conoscere nuove persone rispetto alle quali si è tabula rasa e che possano scoprirci e vederci senza i pregiudizi “storici” di chi bene o male ci conosce da una vita e ci ha già etichettato in funzione della nostra provenienza e del nostro passato.

In questo modo si creano più facilmente le premesse per cui, a un’età in cui un tempo ci si considerava “fuori dai giochi”, si possono riaccendere fuochi che si consideravano ormai sopiti per sempre. Ma ovviamente, come accade per ogni situazione che è nuova, inedita, ancora poco sperimentata e sedimentata, ci si ritrova spesso ad affrontare scenari nuovi utilizzando vecchi schemi, vecchie regole, vecchie grammatiche, quando invece bisognerebbe, non dico ipotizzarne di nuovi, ma perlomeno mettere in dubbio i vecchi, porre delle domande, stimolare una riflessione.

Idealmente chi scrive un romanzo dovrebbe avere questo tipo di obiettivo ambizioso. Con il pretesto di una storia singola affrontare tematiche più universali, veicolare le proprie riflessioni, le proprie domande (più ancora delle risposte). Va subito detto che LadyP non coglie questa occasione, preferendo restare in una dimensione molto personale e intimistica, a metà tra fantasia e suggestioni autobiografiche. Tuttavia non mancano spunti interessanti tali da suggerire considerazioni di carattere più generale.

Parliamo allora di Angela, la protagonista di questo romanzo, una donna, come già detto, che si avvia verso i cinquanta. E’ separata da diversi anni dall’uomo con cui ha vissuto la sessualità di prima fase, che poi, come succede spesso, nel tempo si è smorzata. Da allora Angela, più o meno consapevolmente, ha chiuso la propria sessualità in un cassetto, lasciandola impolverire, mentre gli anni passavano e l’idea di recuperarla in qualche modo da quel cassetto era sempre più lontana.

All’improvviso nella vita di Angela piomba dal nulla l’iniziatore. C’è sempre bisogno di un uomo che accompagni la donna nella riscoperta. Un uomo cui affidarsi anche e soprattutto emotivamente. Il percorso della rinascita è un percorso soprattutto interiore, e difficilmente una donna può percorrerlo da sola, andando a caccia di uomini ogni volta diversi da sfruttare solo fisicamente.

Abbiamo già incontrato un concetto simile quando abbiamo recensito “La Compagnia delle Orchidee“, in cui la protagonista si affidava alle lezioni di un noto libertino. Con sfumature diverse abbiamo rilevato una situazione analoga, a sessi scambiati, nella recensione di “Un’irripetibile combinazione di eventi“, in cui il protagonista aveva bisogno di una dea del sesso per riscoprire il proprio valore come uomo.

In questo romanzo di Lady P, il personaggio dell’iniziatore è costruito su misura per avere le caratteristiche più adatte al ruolo. Ha un nome straniero di estrazione anglosassone, Jonathan, origini iberiche che infarciscono il suo linguaggio di esotiche inflessioni spagnoleggianti, viene da un altro universo, ha un passato tormentato e misterioso, con qualche precedente burrascoso con la giustizia. Ha modi di fare spudorati e diretti, ma non privi di un certo appeal. Insomma è l’affascinante e trasgressivo pirata che un po’ tutte le donne sognano.

Angela, pur con tutte le inevitabili femminili titubanze del caso, crolla con tutte le scarpe nella rete del corteggiamento del succitato marpione, e i due cominciano ad avere una serie frequente di incontri di sesso, praticamente sempre nella casa da single di lei.

Il sesso di seconda fase, chiamiamolo così, ha caratteristiche diverse da quello della prima fase. E’ più scatenato, più impudico, più intenso e trasgressivo. Si potrebbe pensare che corpi non più verdissimi, meno benedetti da flussi ormonali adolescenziali, abbiano maggiore bisogno di sapori forti. Probabilmente c’è anche una ragione diversa più importante. Chi è più maturo ha qualche sicurezza in più, e meno paura di buttarsi, di rischiare, di abbandonarsi.
Ma aggiungerei un’altra osservazione. Credo che il sesso di prima fase sia tipicamente percepito come un qualcosa di strettamente legato al partner e al rapporto con lui. Invece ritengo che il sesso di seconda fase abbia una più forte dimensione, in particolare per una donna, di scoperta interiore. Una donna più matura, in un contesto erotico inedito, ha una più spiccata predisposizione ad osservarsi, e spesso trova gratificante veder emergere le componenti più nascoste e più selvagge dei propri istinti e della propria sessualità. A maggior ragione quando le aveva ritenute perse.

Questo è quello che succede puntualmente anche ad Angela, che vive con grandissima intensità di emozioni e sensazioni questa sua rinascita con Johnatan. Così, con questo succedersi di incontri erotici, siamo più o meno a un quarto del romanzo e ci chiediamo cosa potrà succedere per riempire le pagine successive.

In realtà nel caso generale, quindi uscendo dallo specifico di Angela, la domanda da farci è un’altra. Ed è la domanda campale. Abbiamo capito che il sesso di seconda fase tipicamente ha sfumature diverse da quello della prima, e abbiamo anche fatto delle ipotesi sul perché. Cosa possiamo dire invece a proposito dell’Amore, che è, lo sappiamo, cosa diversa dal sesso, ma anche allo stesso inestricabilmente legata?

Siamo in presenza della classica situzione in cui c’è la tentazione istintiva di applicare a nuove situazioni vecchi schemi. Un po’ come quando si vorrebbero applicare ai siti web i dettami di leggi scritte negli anni ’30 pensando ai giornali e alle riviste. La ragionevolezza invece suggerisce di tener presente che si parla di qualcosa di diverso e abbastanza inedito, per cui bisognerebbe ragionare fuori dagli schemi, in modo flessibile, con intelligenza.

All’Amore si attribuiscono certe caratteristiche, certi schemi, certe regole, che in parte nascono dagli istinti e dai sentimenti, in parte sono probabilmente sedimentate e interiorizzate da secoli e secoli di cultura (letteraria, poetica, artistica, musicale) che, andando a stringere, ha sempre avuto l’Amore tra gli argomenti più gettonati, da Omero in poi.

Ma l’Amore cui si è sempre pensato nei millenni (che piaccia o no) è sempre stato principalmente quello finalizzato alla formazione della famiglia e all’allevamento dei figli: aspetto banale quanto si vuole, ma necessario alla sopravvivenza della specie. Molte delle caratteristiche dell’Amore, soprattutto molti assoluti che sono stati spesso più o meno impropriamente associati al concetto di Amore Vero o Amore Ideale, servono a fare in modo che la famiglia abbia maggiori probabilità di restare unita, che è generalmente circostanza desiderabile. Tutti i concetti di esclusività, fedeltà assoluta, possesso reciproco totalizzante ,”esisto solo io per te“, “esisti solo tu per me“, “tu sei tutto per me“, “io sono tutto per te“, “non posso vivere senza te“, “non puoi vivere senza me“, con cui comunque la realtà fatta di imperfezioni e debolezze umane (oltre che di situazioni concrete non sempre propizie) ha sempre finito con lo scontrarsi, vanno benissimo per la coppietta di ventenni innamorati che si accinge a coronare il sogno d’amore davanti all’altare (o al sindaco).

Quanto ha senso portarsi dietro questi assolutismi amorosi, quando l’obiettivo non è più quello, e soprattutto in una situazione in cui è ancora più impossibile tenervi fede?

Nel corso degli anni una persona sviluppa una rete di rapporti sociali, attività lavorative e non lavorative, interessi, passioni, abitudini, che col tempo si fa più complessa e intricata. Una persona matura ha sempre una storia alle spalle che ha strascichi nel suo presente e che non può essere del tutto recisa con un colpo di forbice. Ha vincoli anche di tipo geografico, visto (tanto per fare un esempio) che il lavoro che uno fa raramente è trasferibile, ed è un altro aspetto che pesa in un’era in cui sono sempre più frequenti le conoscenze a distanza.

Trovare collocazione adeguata, in queste vite intricate e complesse tipiche di persone mature, per una relazione importante, con tutto quello che richiede in termini di spazi, tempi, pensieri, emozioni, spesso è un compito già molto impegnativo di per sé. Pretendere che soddisfi anche gli stringenti requisiti dell’assolutismo amoroso è oggettivamente assurdo.

Gli obiettivi di seconda fase sono diversi. Persino la convivenza, che è naturale e indispensabile coronamento dell’amore di prima fase, diventa solo un’opzione, da considerare serenamente in un senso e nell’altro. Figuriamoci il resto. Non c’è ragionevolmente nessun bisogno di inseguire gli assolutismi del presunto Vero Amore, per poter godere di un amore di seconda fase che ci arricchisca la vita di emozioni positive, di bellezza, di complicità, di sensualità, di presenza.

Ma è anche vero che come esseri umani non abbiamo la possibilità di sostituire il cuore col cervello al 100% (e direi per fortuna!). Non possiamo amare una persona e reprimere completamente l’istinto che ci spinge a cercare  e desiderare questi assoluti impossibili. A sognare di poter mollare tutto e tutti e fuggire con l’altra persona, da soli, verso un altrove qualsiasi. Dobbiamo però imparare a gestire questi istinti, queste tensioni verso gli assoluti. Dobbiamo, pur continuando a coglierne la poesia, accettarne serenamente non solo l’impraticabilità, ma anche l’irragionevolezza.

Tanto più che queste rinunce finiscono inevitabilmente per essere un combustibile micidiale dell’amore. Non è forse vero che i grandi amori della storia e dell’immaginario sono quelli avversati dalle circostanze, cui era impedito di trovar libero sfogo, da Tristano e Isotta, a Paolo e Francesca, a Giulietta e Romeo, e così via?
Ma c’è anche il risvolto negativo, nei casi in cui il senso di insoddisfazione derivante dalle rinunce diventa ragione di risentimento nei confronti dell’altra persona, e così storie che portebbero essere piene di felicità diventano brodo di coltura di rancori e veleni che invece di migliorare la vita la rendono ancora più triste. Questi sono i casi in cui un po’ di sana ragionevolezza è particolarmente raccomandata.

Chiudiamo questa lunga digressione tornando alla nostra Angela. Cosa succede a lei quando la riscoperta della propria dimensione erotica comincia a lasciar posto a riflessioni sull’amore verso questo personaggio particolare e affascinante? Succede una cosa al tempo stesso tremenda e… comoda. Il passato di Jonathan bussa violentemente alla porta di lui, che viene arrestato per qualche crimine commesso (su cui il romanzo sorvola senza darci dettagli).

Il carcere porta via ai due non solo la possibilità di coronare il sentimento reciproco che sentono come conseguenza (non come premessa) dell’esperienza erotica. Impedisce loro di stare da soli, di comunicare con continuità, persino, per un bel pezzo, di comunicare in assoluto. Ho letto in questa evoluzione del racconto una rappresentazione simbolica di tante situazioni simili in cui una donna e un uomo, coinvolti in un amore di seconda fase, sono costretti in un qualche carcere virtuale, fatto della vita che vivono, impegni, relazioni, lavoro, distanze, responsabilità, legami, strascichi del passato, che complottano a limitare le possibilità di vivere pienamente questi amori, più o meno come fa il carcere. Ma il carcere in compenso è comodo, perché mura di cemento armato e sbarre di ferro sono oggettivamente insuperabili e in un certo senso tranquillizzano. Mura e sbarre virtuali spesso non sono meno insuperabili, ma sembrano esserlo. Se non a un ragionamento razionale, sembrano esserlo alla percezione emotiva, e questo può generare le tensioni di cui dicevo prima, che avvelenano il rapporto.

In questo caso invece (paradossalmente) Angela è fortunata, e le rinunce hanno solo il risvolto positivo di alimentare l’amore tra i due. Così dal punto di vista di Angela, la persona che era per lei inizialmente nient’altro che un trasgressivo partner di esperienze sessuali, con cui si vedeva di sera quasi giornalmente, proprio nel momento in cui diventa qualcuno difficile da vedere e da sentire, e anche poco raccomandabile agli occhi di tutti essendo un condannato, insomma proprio quando diventa impossibile, nasce non solo un amore, ma un grande amore. E non può non essere lo stesso per il problematico Jonathan che si ritrova ad avere in Angela (e nell’amore per Angela) la catena più forte che lo tiene legato al mondo al di fuori del carcere.

Così il resto del romanzo scivola via descrivendo gli strazianti brevi momenti in cui i due riescono a colloquiare nel parlatorio, e le battaglie legali di Angela per ottenere maggiori frequenze di visite al carcere, sconti di pena, revisioni del processo, e così via, per Jonathan, attraverso contatti con vari avvocati che prendono a cuore il caso. Mentre diventa chiaro che La gabbia del titolo non ha nessun riferimento a raffinati giochini sadomaso come poteva venir spontaneo pensare per un romanzo di una collana erotica (e voglio sperare che non ci sia stata voluta malizia nell’ingenerare il possibile equivoco, dato che sono espedienti abbastanza meschini). La gabbia è il carcere, e i brividi che evoca hanno ben poco di erotico.

Dal punto di vista della resa narrativa, il romanzo presenta alcuni aspetti che mi hanno lasciato perplesso.

Lady P ha scelto di narrare in prima persona e al tempo presente. E’ una scelta che non ho trovato molto azzeccata. La prima persona e il tempo presente, trascinati per tutta la durata di un romanzo, inevitabilmente stancano il lettore. E’ come vedere un film di due ore in cui ogni inquadratura è fatta dal soggettivo del protagonista. Non c’è spazio per una vera e propria regia, diventa goffo ogni tentativo di movimentare lo svolgimento con dei flashback o con delle digressioni.

Quel che è peggio, l’autrice salta, in modo del tutto anarchico, da una normale scrittura in prima persona a una scrittura in prima e seconda, io e tu, in cui è come se si rivolgesse direttamente a Jonathan. Per certi tratti il protagonista maschile è “lui“, poi di punto in bianco diventa “tu“, lasciando il lettore spesso un po’ disorientato.

E’ un po’ causa, un po’ conseguenza, della scelta di scrivere in prima e al presente, il fatto di offrire una narrazione fatta per nove parti su dieci della descrizione delle emozioni turbinose della protagonista e solo un misero dieci per cento di vera narrazione. Chi scrive narrativa dovrebbe trasmettere emozioni anche e soprattutto coi fatti che succedono, con le scene, con le situazioni, con l’azione, coi dialoghi. Lady P sa essere molto lirica con le sue introspezioni emotive, e non ci sorprende scoprire che se la cava benissimo a scrivere poesie (ha al suo attivo una raccolta). Ma la lirica funziona sulle distanze brevi. Un romanzo richiede altri ritmi, altri tempi, altra impostazione. L’effetto è una lettura che spesso ho trovato un po’ faticosa. Molto raramente si può eccepire sulla bellezza e l’eleganza delle singole frasi estratte dal contesto, e questo è sicuramente un merito. Ma le lunghe distanze di scrittura (e di lettura, per chi è dall’altra parte), impongono una gestione più attenta dell’intensità, della densità, della liricità. Un romanzo non è, e non deve essere, una poesia di 300 pagine. Bisogna saper essere leggeri, agili, rapidi. E individuare i momenti giusti per concentrare il lirismo e l’intensità, quando il lettore è con le difese abbassate. L’effetto è molto più potente.

Più o meno la stessa cosa si può dire delle scene erotiche. Non ci sono mai vere descrizioni. Ci sono vaghissimi accenni che lasciano intuire più o meno quello che sta succedendo, e poi lunghi passaggi poetici che descrivono le emozioni e le sensazioni della protagonista, con vulcani che esplodono, fiumi che scorrono, fiori che sbocciano, venti impetuosi, mari in tempesta e tutto il repertorio di immagini figurate che ci si può aspettare. Ma il coinvolgimento per chi legge resta abbastanza impalpabile.

Tutta la parte del romanzo in cui il protagonista maschile è agli arresti e i contatti tra i due limitati alle visite di pochi minuti, una o due volte al mese, nel parlatorio (e quindi quasi i tre quarti del romanzo) è ovviamente priva di momenti erotici in diretta. Per garantire il minimo sindacale di erotismo, l’autrice ricorre allo stratagemma di inframezzare tre o quattro volte dei ricordi degli incontri tra i due prima dell’arresto. Ma onestamente ci sembra un escamotage forzoso e poco convincente. Collocate al di fuori di un contesto di evoluzione di un rapporto, e per di più descritte con lo stile poco coinvolgente di cui ho detto sopra, queste scene destano pochissimo interesse e persino il lettore più interessato all’aspetto erotico sente la tentazione di saltare le pagine per andare a scoprire cosa succede al presente, sperando che succeda qualcosa di interessante.

Stendo un velo su tutte le riflessioni che troviamo relativamente a tematiche delicate come quelle dei diritti dei detenuti. Ci sono molte cose condivisibili, ma anche cose che ho trovato un po’ deliranti. Sono riflessioni che andrebbero fatte su un piano più distaccato e razionale, e non proposte da una donna innamoratissima di un uomo in carcere. Se la stessa Angela fosse stata innamoratissima non dell’arrestato, ma della persona cui l’arrestato con il suo crimine ha procurato un danno, avremmo letto tutt’altro. Ma, come detto, stendiamo un velo.

Non intendo mettere in dubbio che lo stile usato, insieme all’effetto di complicità che può suscitare una donna alle prese con un amore impossibile, possano far breccia su una certa fetta di pubblico femminile e fruttare all’autrice consensi e visibilità. Ne siamo felici per lei. Ma io le consiglio vivamente di non adagiarsi e di cercare di superare questi limiti tecnici. Scrivere con cuore e coinvolgimento, come fa Lady P, oltre ad essere un encomiabile atto di coraggio, è la miglior base su cui costruire. Lady P ha tutti i numeri per conservare il suo spicchio di audience e di offrire qualcosa di meglio apprezzabile a un pubblico più ampio. Sono sicuro che non ci deluderà.

Annunci

11 Risposte to “Il Sesso e l’Amore di “seconda fase””

  1. Redlec (Marco Rossi Lecce 25 agosto 2014 a 00:07 #

    Bravo Vittorio, sempre più bravo e attento! Solo un difetto, recensione troppo lunga! Un abbraccio! Marco

    • ilsalottodiladyp 25 agosto 2014 a 01:56 #

      Sig, Rossi… prima di dire bravo, Lei lo ha letto o si fida sula parola?

  2. Daniela Domenici 25 agosto 2014 a 07:58 #

    Dato che quasi sicuramente questo mio commento non verrà pubblicato in calce al post a cui si riferisce mi cautelo pubblicandolo in questo mio sito in cui hanno trovato spazio tutte le recensioni finora create, in tempi e modalità autonome, sul libro in oggetto. (Per dovere di cronaca e per far capire a chi legge queste mie parole di cosa stiamo parlando sarò costretta a pubblicare il link al post suddetto in fondo a queste mie riflessioni ma ne farei volentieri a meno perché ho sempre evitato i “garbage posts” per non sporcare questo nostro salotto letterario…)
    Credo che l’autore di questo sproloquio (che non può neanche meritare l’appellativo di “recensione”) non abbia minimamente letto l’opera sulla quale avrebbe dovuto esprimere un parare “autorevole” (mi piacerebbe sapere da dove provenga tale, supposta “autorevolezza”).
    Demolire un libro per il puro piacere di farlo adducendo motivazioni inesistenti, partorite da una mente non maschile ma “maschilista” nell’accezione più dispregiativa che si possa immaginare, addolora perché, fortunatamente, esiste una porzione consistente di Uomini che sanno apprezzare un libro sulla base dei contenuti e non guardando soltanto se l’autrice sia una donna, quanti anni abbia, cosa abbia vissuto precedentemente, quello che nella lingua d’Albione si chiama “ pure gossip”, chiacchiere da cortile o, peggio, da caserma.
    L’autore di cotanto sproloquio arriva anche a demolire l’eleganza raffinata delle descrizioni erotiche dell’autrice forse perché è aduso a cibarsi della pornografia più bieca e di infima lega e quindi un erotismo non volgare gli sembra insipido, incolore, non eccitante.
    E, tanto per non farsi mancare niente, arriva a disquisire sullo stile narrativo dell’autrice ma probabilmente il suddetto non ha studiato approfonditamente gli stili narrativi come la sottoscritta che è docente di lingua e letteratura inglese oltre a essere scrittrice, correttrice di bozze ed editor.
    Auguro all’autrice di avere tutto il successo che merita con questa sua opera narrativa considerando questo sproloquio inconsistente come un semplice incidente di percorso.

    • Xlater 25 agosto 2014 a 09:29 #

      Come sempre, mi prendo tutta la responsabilità di quello che ho scritto, che rappresenta il mio parere, personale ma franco e spassionato, sul libro che ho letto, e sfido chiunque a provare a dimostrare che i miei rilievi non abbiano piena corrispondenza nell’oggettività del testo del romanzo.
      Chiunque leggerà sia il romanzo che la mia recensione potrà verificare se e quanto le mie osservazioni siano giustificate.
      Conosco tanta gente che scrive, e anche io, nel mio piccolo, ho scritto qualcosina. So bene che le critiche non fanno mai piacere. Ci sono tanti tipi di critiche: le migliori sono quelle “circostanziate”, quelle che non si limitano a dire “che schifo!”, ma cercano di spiegare in modo preciso e dettagliato cosa non va e perché (almeno secondo il parere di chi si esprime). Personalmente cerco sempre di fare critiche di questo tipo; lascio ai lettori il compito di giudicare se ci riesco o meno.
      Poi ci sono tanti tipi di reazione alle critiche, giuste o sbagliate che siano le critiche stesse. Dei tanti tipi, il peggiore è proprio quello di asserragliarsi nel bunker delle amiche benevolenti e protettive, e provare a sparare cannonate (piuttosto innocue, tra l’altro) su chiunque abbia osato. In questo modo non si cresce, e se Lady P pensa di non aver bisogno di migliorare, secondo me va incontro a grosse delusioni. Ci sono tipi di reazione migliori di questo, ma necessitano di un livello umano e culturale che non è patrimonio di tutti.
      Io spero che, dopo la comprensibile sfuriata emotiva iniziale, sia Lady P che le sue bodyguard letterarie, possano mostrare ampia presenza di queste doti. A quel punto, se proprio si vuole, possiamo approfondire il discorso sulla fondatezza o meno dei miei rilievi, in modo sereno e costruttivo. Ne sarei felicissimo. Ma adesso, se l’atteggiamento è questo, sarebbe solo una sterile polemica da pollaio.

      • ilsalottodiladyp 25 agosto 2014 a 12:23 #

        Sig. Xlater, non mi sono asserragliata e non sono corsa a piangere dalla mamma. Non ho bodyguard e nemmeno li vorrei. Chiunque è passibile di critiche e chiunque può migliorare, a maggior ragione io che sono un moscerino. Mi sono limitata a postare il link alla Sua lunga recensione e chiedere a chi aveva letto il libro ( ai lettori, quindi, e non solo agli amici) di commentare quanto da Lei affermato al fine di avere più punti di vista, dal momento che alcune osservazioni mi sono apparse eccessive quando non improprie. Naturalmente è solo un mio punto di vista, e come sono solita fare prenderò il buono e lascerò stare il resto. Il fatto che Lei si aspettasse un sadomaso mi riguarda poco, evidentemente abbiamo un diverso concetto di erotismo e non c’è nulla di male in questo, ognuno dà quello che si sente di dare, e ognuno troverà qualcuno a cui piacere e qualcuno che critica. Ritengo che ci sia modo e modo di farlo, questo sì, ma non “assoderei” mai persone per parlare al posto mio, sono ancora perfettamente in grado di farlo da sola.

  3. fausta68 25 agosto 2014 a 08:40 #

    C’è una frase nella sua “recensione” che mi è piaciuta molto: “bisognerebbe ragionare fuori dagli schemi, in modo flessibile, con intelligenza”……. poteva farlo anche lei invece di scrivere questo interminabile commento.
    Avrei altro da dire….ma preferisco fermarmi qui….

  4. Bert d'Arragon 25 agosto 2014 a 12:01 #

    Mi pare che il libro di Lady P. abbia scatenato delle riflessioni piuttosto lunghe su come vivere una certa sessualità e penso sia davvero un risultato ottimo dopo la lettura di un romanzo!
    Le considerazioni in parte mi piacciono ma poi (avendo letto il libro recensito con molta attenzione) mi dispiace che chi recensisce non riesca, nel sottolineare i limiti di Lady P., a superare affatto i propri limiti… tutta la filippica sulla prima persona e il presente, sul cambio tra la visione del “lui” e del “tu”, la capacità di portare avanti una rapporto anche erotico a distanza senza dover per obbligo e forza consumarlo qui e subito, la prospettiva quasi paterna nei consigli dati nei confronti della donna scrittrice – mi pare che non corrispondano ad aspetti del testo ma a quello che il testo ha stimolato in chi lo recensisce (e in effetti anch’io, pur essendo uomo, ci vedo un po’ di maschilismo come scrive Daniela Domenici).
    Il fatto interessante è che “I brividi in gabbia” hanno stimolato questa lunga recensione e la successiva discussione (anche troppo polemica, forse). I rilievi, pure se sembrano più ispirati alle idee di chi recensisce e non dal testo di per sé, sono comunque interessanti per rifletterci (anche se fosse solo per decidere di non accoglierli dopo averli valutati).

    Comunque, se non avessi già letto il libro mi sarei incuriosito assai….

    • Xlater 25 agosto 2014 a 13:18 #

      .
      “Maschilismo” è una parola con un significato molto preciso. E’ l’atteggiamento psicologico e culturale di chi ritiene esista una superiorità di qualche tipo del genere maschile sul genere femminile.
      Sono matematicamente sicuro che nella mia recensione (ma direi di più: in tutto quello che ho scritto in vita mia, pubblicamente e privatamente) ci sia una parola che possa supportare un’idea del genere.

      Se invece siamo arrivati al punto per cui basta che un uomo scriva dei rilievi critici a un testo scritto da una donna per sentir parlare di “maschilismo”, non solo il livello intellettuale e culturale è prossimo allo zero, ma anche (e forse è persino più grave) lo è il senso del ridicolo.

      Per il resto (il tono pacato ed educato merita una risposta nello specifico), l’uso della prima persona e del tempo presente e i passaggi continui dal “lui” al “tu”, CORRISPONDONO ad aspetti OGGETTIVI del testo, e spero che non ci sia l’impudenza di metterlo in discussione.

      “La capacità di portare avanti un rapporto anche erotico a distanza senza doverlo per forza consumare qui e subito” è una frase che non so a quale parte della mia recensione si riferisca. In ogni caso questo è un argomento che non ha niente a che vedere con il fatto che secondo me sotto certi aspetti questo romanzo poteva essere scritto meglio.

      Quanto ai consigli, mi sono limitato al generico e banale suggerimento di cercare sempre di migliorarsi, anche eventualmente usando le critiche ricevute come stimolo positivo. Potevo risparmiarmi il fiato? Probabilmente sì, si potrebbe pensare, viste le reazioni che ho registrato finora. O potevo risparmiarmi del tutto la lettura del romanzo e la scrittura della recensione (cui ho dedicato tempo e attenzione). Però queste sono cose che si giudicano sulla lunga distanza, e ho sempre fiducia nell’intelligenza delle persone.

  5. fausta68 25 agosto 2014 a 17:29 #

    “Sono matematicamente sicuro”… quando dice che bisognerebbe accettare anche le critiche dovrebbe rivolgere la stessa considerazione anche a se stesso…. se più persone trovano in lei del maschilismo può darsi che sia lei, con le sue parole, a darne motivo …..
    In più parlando di “livello culturale” io farei un po’ di attenzione: senza sapere nulla di lei non mi permetterei mai di dare un simile giudizio – e neppure lei sa nulla di chi le ha scritto…a buon intenditor…
    Siccome nella prima risposta alla signora Domenici lei dice (ma solo dopo le critiche, nel primo post io leggo solo certezze assolute) che è un suo parere personale così accetti anche il mio – di una lettrice che non fa la body guard a nessuno…..

    • Federica D'Ascani 27 agosto 2014 a 06:02 #

      Io mi chiedo: da quando in qua il recensore deve giustificare il proprio operato?! Voi, comunque, le demolizioni gratuite non le avete mai lette, fatevi servire!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: