Uno stile “croce e delizia” per condire la solita storia

8 Mar

violaViola come un livido” di Marco Peluso – Damster Edizioni

Una donna e un uomo si conoscono a distanza attraverso internet, scoprono di piacersi a vicenda, di sentirsi attratti l’uno dall’altra. Uno dei due decide di imbarcarsi in un viaggio di varie centinaia di km attraverso l’Italia per andare a conoscere l’altra persona dal vivo. I due si incontrano, scoprono di piacersi anche di presenza, passano delle ore insieme, ne nasce un rapporto importante, che ovviamente non esclude la componente sessuale.

Quanti di noi, anche ammesso di non aver vissuto in prima persona una o più esperienze come questa, si sono imbattuti in decine, o centinaia, di storie che hanno seguito questo copione? Arriverei a dire che ormai le relazioni sentimentali che nascono in questo modo costituiscano la regola, piuttosto che l’eccezione. E’ una realtà che va accettata, coi suoi pro e i suoi contro.

E’ vero che non manca chi approfitta della distanza e della protezione offerta da schermo e tastiera per offrire un’immagine di sé artefatta e distorta. Né manca chi fa l’errore di idealizzare in modo un po’ ottuso la persona dall’altra parte del filo, addossandogli abusivamente i panni dei principi azzurri, o delle principesse rosa, da sempre sognati. Ma la diffusione e l’abitudine al mezzo stanno aiutando secondo me a ridurre l’incidenza di questi casi. Direi piuttosto che può capitare che attraverso il contatto a distanza si riesce a conoscere meglio un’altra persona, e a farci conoscere meglio da lei, di quanto avviene nelle circostanze “tradizionali”, proprio perché con una persona che vive in un altro universo talvolta ci si può liberare più facilmente delle maschere e delle armature con cui siamo abituati ad affrontare la realtà quotidiana nel nostro ambiente di tutti i giorni.

Tuttavia, una storia come quella sintetizzata nelle prime righe dell’articolo, proprio perché così frequente, così capillarmente diffusa, non ha, di per sé, un particolare interesse narrativo. Sono situazioni che possono essere bellissime da vivere. Possono essere momenti che danno significato a una vita intera. Ma una storia, per meritare di essere raccontata, dovrebbe avere qualcosa in più. Magari si può prendere una situazione del genere come base su cui costruire una storia. Inserire svolte inattese, colpi di scena, intrecci, eccetera.

Purtroppo in questo caso non succede. Il plot di questo “Viola come un livido” è esattamente quello cui sopra, basato su non smentite ispirazioni autobiografiche. Un ragazzo si fa 600 km in pullman per andare a trovare una ragazza conosciuta in videochat. I due si vedono, si piacciono, si innamorano, fanno sesso quando e come possono, poi si risalutano, sperando di potersi rivedere. Tutto qui? Sì, tutto qui. In barba alla storia d’amore atipica che promette la sinossi. Le storie d’amore sono sempre bellissime e uniche, per chi le vive. Ma qui di atipico non c’è davvero nulla.

A parità di premesse, potrebbe tuttavia essere particolarmente sfiziosa la parte erotica. In fondo non è infrequente che su internet ci si conosca all’interno di comunità virtuali centrate su abitudini sessuali particolari, e spesso le persone tra cui scatta la scintilla, oltre alla indispensabile sintonia spirituale, scoprono anche di avere gusti complementari su certe variazioni rispetto agli schemi più ortodossi. Il resoconto di un incontro di questo tipo potrebbe comunque avere qualche elemento interessante.

Purtroppo anche da questo punto di vista “Viola come un livido” non ci offre granché. Dei “vizi“, della “perversione“, della “violenza“, che la sinossi ci promette non si scorge la minima traccia. Il sesso tra i due protagonisti è assolutamente indistinguibile da quello di una qualsiasi coppia di giovani in fregola, e si caratterizza più per la continua difficoltosa ricerca di un posto dove consumare, tra parcheggi, spiagge di notte, vicoli bui, (situazioni che nei nostri anni più verdi abbiamo sperimentato un po’ tutti), che per la presenza di qualsiasi cosa di fuori dagli schemi. Ovviamente non voglio sostenere che senza uscire dagli schemi non si possa vivere comunque esperienze intense e coinvolgenti, e nemmeno che il sesso dentro gli schemi non meriti di essere raccontato. Ma quando si promettono vizi, perversione e violenza, poi bisognerebbe essere di parola. Registriamo il fatto che la protagonista ha l’abitudine di esibirsi in videochat in modi che non piacerebbero alla sua insegnante di religione, così come una certa disinvolta disponibilità a incontrare altri amici conosciuti on line che è maggiore di quanto vorrebbe il parroco. Ma sono cose che accadono fuori dal romanzo.

A questo punto ci si chiede: se la trama ha un interesse prossimo allo zero, se la componente erotica ha un interesse prossimo allo zero, rimane qualcosa per cui possa valere la pena leggere questo e-book?

Certo che c’è. Ed è il modo, lo stile se preferite, in cui questa storia viene raccontata. Per come la vedo io, non è molto. Ho sempre pensato che lo stile possa essere un importante condimento, tale da poter esaltare o rovinare un piatto; ma, per me, la pietanza resta sempre la storia e, trattandosi di romanzo erotico, possibilmente anche la presenza di qualcosa che renda interessante e coinvolgente la parte dedicata al sesso. Però questo è solo il mio approccio, e so benissimo che ci sono lettori e lettrici (forse soprattutto lettrici) che si nutrono soprattutto di stile. Un fiume di parole scritte con certi toni, con certi tempi, certe costruzioni, certi vocaboli, finiscono per provocare una “impressione” nei lettori più suggestionabili, anche se, andando a stringere, non si sta raccontando né dicendo nulla particolarmente degno di nota. Ho detto “impressione“. Leggo dalla pagina di wikipedia dedicata all’Impressionismo queste parole: “il mito dell’artista ribelle alle convenzioni; l’interesse rivolto al colore piuttosto che al disegno; la prevalenza della soggettività dell’artista, delle sue emozioni che non vanno nascoste o camuffate“, e mi dico che forse è la parola giusta in questo caso.

Parliamo allora dello stile di Marco in questo romanzo, scritto rigorosamente in prima persona.

Lui racconta la sua storia, ma in ogni minimo dettaglio di ciò che gli succede trova spunto per inserire una digressione. Sono digressioni dai toni apocalittici, in cui, senza risparmiare un frequente ossessivo ricorso al turpiloquio, il protagonista/voce narrante esprime il suo profondo disprezzo per le altre persone che incontra, per i buoni quanto per i cattivi, per i potenti quanto per i poveracci, per il mondo intero, e soprattutto per se stesso. Difficile non cogliere un debito verso certi artisti dannati, primo tra tutti Bukowski e altri scrittori del cosiddetto dirty realism. Questa osservazione induce un primo tarlo di dubbio. Quanto c’è di spontaneo in questo personaggio/protagonista/autore e quanto di sapientemente costruito con certi modelli bene in mente?

Ma torniamo alle digressioni. Croce e delizia. Croce, perché hanno l’effetto di dilatare al massimo i tempi della narrazione passando al napalm ogni pretesa di dare alla storia un ritmo leggibile. Ci sono tre righe di avvenimento, e poi pagine e pagine di digressioni e invettive turpiloquenti contro tutto e contro tutti. Poi si fa un altro passettino nella storia, e via giù altre pagine e pagine di invettiva.
A un certo punto il protagonista getta una lattina di birra vuota in un cestino dei rifiuti, e basta questo per scatenare mezza pagina di lamentele sul fatto che la gente è ipocrita e si comporta in modo diverso se è a casa o se è lontana da casa. Ed è solo uno dei tanti esempi.
Per raccontare il dettaglio (di nessuna importanza nell’economia della storia) di essere andato a comprare un paio di jeans nuovi, per apparire più per bene alla famiglia di lei, Marco ci mette un’eternità. Le pagine scorrono, una via l’altra, sotto gli occhi, e lui resta sempre lì, in quel magazzino, a fare digressioni e digressioni in cui inveisce contro la commessa, e contro la cassiera, e contro le multinazionali, e contro i cinesi, e contro gli americani, senza avanzare di un passo nella storia. Da lettore, lo confesso, ho avuto momenti di vera esasperazione. Mi hanno visto girare per casa in mutande, con il kindle in una mano e i calzoni nell’altra a sventolarli come un vessillo urlando “Ti presto i miei, vaffanculo, vuoi andare avanti in questa cazzo di storia??

L’esasperazione poi è cresciuta accorgendomi che, sopravvivendo tra una digressione-invettiva e l’altra, la storia non aveva comunque nulla di particolare da dire. Nessuna sorpresa, nessuno scarto dai binari, nessun colpo di scena, nessun intreccio. Tutto va esattamente come previsto nelle prime tre righe. Persino alcuni nodi lasciati in sospeso, da cui ci si poteva aspettare lo spunto per qualche frizzo di creatività, vengono lasciati a se stessi. Per esempio: perché Viola in videochat cerca ossessivamente un medium (sic!)? Poteva essere un aggancio per metterci qualcosa di interessante, ma invece rimane appeso lì, inutilizzato.

Gli stessi due personaggi non riescono ad essere abbastanza interessanti dal punto di vista narrativo. Troppo strabordante il protagonista autore, e troppo costruito intorno a queste ossessive digressioni nichiliste per avere una genuina profondità. Alla fine risulta così immerso in se stesso da non dare nessun approfondimento, nessuno spessore, nemmeno al personaggio di lei. Questa forse è la colpa più grave. Il protagonista si accontenta di rilevare che lei lo stimola a livello ormonale e che gli ispira una vaga dolcezza, ma sembra non avere tutto questo interesse di capirla nei suoi comportamenti, con e senza di lui. Eppure una certa interessante complessità Viola sembrerebbe poterla promettere. Troppo esibizionista il nostro Marco (autore/protagonista/voce narrante) per lasciare la ribalta a qualsiasi cosa al di fuori di lui? Chissà.

Purtroppo il romanzo paga l’origine autobiografica. In una storia inventata, quando ci si accorge che il pathos narrativo non galleggia (come la papera dei Trettrè) puoi sempre metterci mano. Raymond Chandler in quei casi faceva entrare in scena qualcuno con una pistola in mano. Uno scrittore di erotismo potrebbe fare qualcosa di analogo. Ma se alla fine l’obiettivo è solo quello di scrivere un monumento alla storia del primo incontro con la tua bella, non hai di queste scappatoie. Nemmeno se sei il Marco Peluso che in altre occasioni, nei suoi racconti, ha sfoggiato un’invidiabile fantasia noir e “malata“. Quindi non gli resta che continuare ossessivamente a condire il piatto insipido con queste digressioni.

Però come dicevo, queste digressioni sono croce e delizia. Non sempre sono solo invettive banali contro bersagli scontati, e colorite, non sempre piacevolmente, con un eloquio truce e oscuro. Talvolta ci si trova qualcosa di divertente e interessante. Per esempio è divertente e curioso notare con quale immensa vastità di spettro Marco vada a scegliersi i suoi bersagli, i suoi esempi, i suoi termini di paragone. Personaggi della letteratura, italiana e straniera, personaggi della musica (di tutti i generi), del cinema, della tv, dell’attualità. Nomi e riferimenti che spesso non sono riuscito a riconoscere, al punto che in certi momenti mi sarebbe venuta voglia di rileggere tutto cercando su google il who’s who di ciascuno. Talvolta alcuni riferimenti colgono nel segno e restano impressi, come per esempio quando cita il trio di pornostar Cicciolina, Moana Pozzi e Valentina Nappi. Accostare Valentina Nappi alle due famose starlet del porno italiano degli anni ’80 è geniale, talmente geniale che non saprei spiegare il perché.

Ogni tanto, dobbiamo riconoscerlo, in questi sproloqui, in mezzo a parecchie banalità e forzature, ci scappa anche la frase ben riuscita, originale, profonda, quella che ti colpisce, quella che la metti sul tuo stato Facebook e ci puoi fare la tua porca figura. Però ti danni a pensare quanto sarebbe stato meglio se queste digressioni fossero state contenute, selezionando il meglio, e non artificialmente gonfiate come bovini con gli estrogeni.

Ma forse l’aspetto positivo più rilevante, in queste digressioni, è la capacita di risaltare, per contrasto, come in un chiaroscuro caravaggesco, le parti in cui Marco parla di Viola. Già solamente per il fatto di interrompere la perenne invettiva truculenta contro il creato, già solamente per il fatto di costituire un momento di cambio di registro linguistico, questi brani esprimono una dolcezza intensa e commovente. Una dolcezza che, andando a scavare, non è nella semantica delle parole. Marco, per tutto il romanzo, ammette esplicitamente solo a tratti e malvolentieri l’esistenza di un qualcosa di indefinito nei confronti di quella ragazza, che vada aldilà dell’impellente e insaziabile istinto di piantarle il cazzo nel corpo. Ma il cambio netto di stile, lo stacco evidente nella musica della prosa usata, danno invece una misura molto ben percepibile della tenerezza che lei suscita in lui. Non ci sorprenderà scoprire che quelle pagine hanno appassionato e commosso molte lettrici e molti lettori.

Effetto sapientemente studiato a tavolino, o qualcosa che è venuto fuori così spontaneamente?

E’ una domanda che si può estendere al personaggio dell’autore tout court. Quanto c’è di vero in questa figura di dropout dannato semialcolizzato cinico vizioso sgarbato, e quanto c’è il bravo ragazzo un po’ paraculo che assume una posa? Quanto è spontaneo e quanto è attentamente calibrato quel look trasandato, sdrucito, ma stranamente sempre uguale a se stesso, con tanto di inseparabile cappello alla Tom Waits?

Noi pensiamo che la risposta sia un po’ a metà, e con questo facciamo il migliore dei complimenti a Marco. Siamo sicuri che dalla sua penna, una volta imparato a dosare certi eccessi e a segnare una maggiore distanza tra quel che scrive e il personaggio che vuole interpretare, possano uscire frutti molto migliori di questo “Viola come un livido“.

Annunci

Una Risposta to “Uno stile “croce e delizia” per condire la solita storia”

  1. Redlec (Marco Rossi Lecce 9 marzo 2014 a 00:56 #

    🙂 Bravo Vittorio!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: