Un percorso “à rebours” nel femminile possibile

15 Ago

LatoOscuroIl Lato Oscuro di Rossella Bernardi – Faligi Editore

Ci sono molti modi per una donna di vivere la propria femminilità, di rapportarsi con la propria sessualità, di impostare l’interazione con il mondo maschile, di gestire le proprie esigenze emozionali ed affettive, di collocarsi nel contesto sociale che la circonda. Ma trovare una risposta soddisfacente e coerente a tutte queste domande non è affatto semplice: spesso si tratta di una specie di Sacro Graal che si insegue senza sosta per tutta una vita. Così come d’altronde è giusto che la ricerca di se stessi sia per definizione un work in progress perpetuo.

In questo secondo romanzo di Rossella Bernardi, la protagonista viene rappresentata proprio in questa ricerca, o più precisamente in un percorso attraverso tre possibili risposte, tre modelli di femminile, più o meno ideali, più o meno percorribili. A ognuno dei tre modelli corrisponde nel romanzo una di quelle che ho percepito come “forzature” nella narrazione, aspetti che da lettore mi hanno fatto storcere leggermente il naso. Tuttavia quelli che (per il mio gusto personale) possono essere difetti sul piano narrativo, si traducono in prezioso valore aggiunto sul piano interpretativo, con un meccanismo non dissimile a quello del lapsus freudiano. Inoltre, visto che abbiamo scomodato Freud, possiamo associare (per gioco, senza prenderci troppo sul serio) ad ognuno dei tre modelli di femminile una delle tre istanze intrapsichiche teorizzate dal padre della psicanalisi, l’Io, il Super-Io, l’Es.

Carla Candusso, la protagonista del romanzo, è una professeressa di liceo. Nubile, in quell’età nel pieno degli anta in cui “nubile” comincia pericolosamente a far rima con “zitella”. Fredda, altera, incorruttibile nella sua immagine pubblica, conduce una seconda vita segreta, notturna, in cui ama dare la caccia a giovani efebici e portarseli in un pied-à-terre che tiene in affitto, dato che per varie ragioni, pratiche e non solo, non vuole che le sue prede entrino nella sua vera casa. Le capita spesso di paragonare (più o meno propriamente) questi giovinetti al bellissimo Tadzio di “Morte a Venezia“. Ma la figura di un insegnante con una predilezione per persone molto giovani evoca anche, seppur a sessi scambiati, un altro richiamo letterario/cinematografico nella Lolita di Nabokov.

In questa situazione di inizio romanzo troviamo il primo modello di femminile, quello che associamo al Super-Io. La donna che fa incetta di pollastrelli saporiti è per molti versi la reiterazione della collezionista che abbiamo trovato (nel titolo perlomeno) nel primo romanzo di Rossella (qui la recensione). Non è un caso. La collezionista rappresenta evidentemente la Supereroina, la Superwoman ideale che incarna i valori supremi (per certa cultura) dell’emancipazione e dell’indipendenza dal maschile, sia sul piano sociale che emotivo-affettivo.
La professoressa Candusso, all’inizio del romanzo, non sente il bisogno di un uomo nella propria vita di single. Gli uomini sono un mero sfizio dei sensi, da concedersi di tanto in tanto, uscendo dai propri panni quotidiani e (proprio come i supereroi dei fumetti) entrando in quelli della propria alter-ego collezionista, degustatrice di giovanotti avvenenti in modalità usa-e-getta.
Non è difficile vedere nell’ideale della collezionista anche una reazione a certi modelli deteriori della sessualità maschile. In fondo questi Tadzio non sono che degli olgettini, se non per il fatto che non si concedono a una partner più attempata in cambio di soldi e favori, ma (molto meno realisticamente) perché soggiogati dal fascino della SuperWoman. Evidentemente alla base del modello della collezionista c’è anche il tentativo di esorcizzare alcune paure, come quella degli anni che passano, o quella di una dipendenza dal maschile molto meno facile da eludere di quanto sembri.
Dal punto di vista narrativo non trovo così credibile la figura della normale donna di mezza età, che colleziona ventenni bellissimi. Il parallelo che nel romanzo viene suggerito con la storia di “Morte a Venezia” è calzante fino ad un certo punto. Il professor Aschenbach, così come il professor Humbert in “Lolita“, perdono del tutto la testa per il giovane oggetto dei loro desideri. Carla invece, poco credibilmente, non perde mai la testa per nessuno dei suoi bellissimi Tadzio, che infatti definisce “comparse sbiadite sul fondo della scena“. Al centro della scena vuole esserci lei, e le comparse sbiadite sono solo vittime sacrificali da offire in pasto alla propria autogratificazione.
E’ abbastanza difficile pensare che siano davvero molti i Tadzio e i Loliti che amino farsi collezionare da una qualunque professoressa in fregola. Ti può anche capitare il giovanotto con “l’edipo irrisolto” interessato alle coccole materne di una donna più matura. Ma se l’affare si riduce a un essere collezionati, senza un vero rapporto, senza coinvolgimento, i Tadzio vanno a farsi collezionare più verosimilmente da coetanee più fresche e più sode. Naturalmente il discorso cambierebbe se questi Tadzio fossero ragazzi normali e non dei “beautiful boy” da copertina (ogni riferimento a Germaine Greer è voluto).
Ma allora capiamo la ragione dietro questa forzatura narrativa. Carla non può collezionare giovani qualsiasi, ma solo dei Tadzio bellissimi, altrimenti non sarebbe un modello ideale, una SuperWoman vessillo di una sottintesa superiorità femminile, ma solo una patetica donna matura col vizietto della carne fresca che bazzica ambienti di studenti universitari disperatamente a caccia di selvaggina, e che deve accontentarsi di quelli che ci stanno.

A rompere gli schemi e gli equilibri della vita di Carla, erotica e non, interviene l’incontro con Fabio Chiorino: un giovane 22enne, rampollo di un suo ex compagno di scuola che ha avuto successo nel business e si è vistosamente arricchito. Fabio sta per laurearsi, e il preside della scuola in cui Carla insegna (lui stesso grande amico del Chiorino senior) invita la prof a fare da relatrice per la tesi del ragazzo.
Fabio pur non essendo un vero e proprio Tadzio, ha qualcosa di quello che lei trova attraente nei Tadzio che ama frequentare. L’età giovanile, il fisico prestante, un certo senso di selvaggia sfrontatezza. Ciononostante inizialmente Carla si guarda bene dall’immaginare rapporti che esulino da quelli strettamente pedagogici. Non la pensa così Fabio, che non appena si trova solo con lei prende l’iniziativa in modo piuttosto brusco e deciso e presto riesce infilarsi dentro casa e dentro il letto della professoressa.
Gli incontri successivi tra Carla e Fabio prendono poi una piega particolare. Lui è violento con lei. Nulla a che vedere con lo stereotipo del master BDSM che infligge studiate e raffinate torture alla sua schiava consenziente. Fabio è animalmente manesco. Carla tuttavia non riesce a nascondere a se stessa quanto questi incontri che la lasciano puntualmente ammaccata le smuovano qualcosa di profondo dentro, toccando delle corde nascoste che evidentemente hanno bisogno di tanto in tanto di essere smosse.

Incontriamo così il secondo modello di femminile, quello corrispondente all’Es. E’ “Il lato oscuro” del titolo, che dovrebbe essere centrale nel romanzo. Parlo di quelle corde profonde che la protagonista sente toccate negli incontri con il Fabio selvatico, manesco e violento.
In questo caso il lapsus narrativo è nel personaggio di Fabio, che ha sfaccettature troppo contraddittorie per essere credibile.
Fabio si sta laureando a tempo di record con una sfilza di trenta e lode in serie sul libretto, e la tesi che ha scelto (dice il romanzo) è impegnativa ed ambiziosa. Abbiamo dunque (immaginiamo) un brillante secchione che passa le giornate sui libri, con ferrea volonta di resistere alle tentazioni e alle distrazioni dell’età, ancora più difficili da controllare per chi, come lui, è di famiglia ricca. Quindi un ragazzo maturo, a modo, educato, controllato.
Cosa ci combina invece questo secchione? Appena si ritrova da solo con la prof vent’anni più vecchia ci mette due minuti a metterle le mani sotto la gonna e un palmo di lingua in bocca. Ha riconosciuto a fiuto, così dice, la donna matura con il vizietto dalla carne giovane, e non ha perso tempo, senza palesare la minima incertezza o timidezza.
Dovremmo concludere, anche se oggettivamente un po’ stride, che il secchione è anche un gran frequentatore e conoscitore di donne? Tale dovrebbe essere uno capace di intuire al volo le fregole di una donna di un’altra generazione. Invece no, tutt’altro. Scopriamo infatti, dopo il primo incontro a casa di lei, che incredibilmente Fabio era del tutto vergine di esperienze sessuali. Possibile? Come può un ragazzo vergine essere così deciso e sicuro con una donna più esperta e matura, che per di più è la sua professoressa? Per complicare ulteriormente le cose il Nostro ha pure l’hobby di frequentare le curve ultrà degli stadi, e non c’è partita dove non trovi modo di scatenarsi in risse tra bande di tifosi rivali, a suon di pugni, spranghe e catene. Insomma, il secchione-vergine-playboy è anche una specie di violento teppista. Sembra che a fare a pugni qui siano piuttosto le varie sfaccettature del personaggio.

Il lato oscuro” dovrebbe essere centrale nel romanzo, se vogliamo dar retta al titolo. Ma questo lato oscuro viene solo fuggevolmente sfiorato, non approfondito, non elaborato. Carla prende atto della sua esistenza, ma subito si affretta a reprimere tutto.
Non sto sostenendo che Carla avrebbe dovuto acriticamente continuare a farsi malmenare dall’improbabile teppista-secchione-semivergine. Direi piuttosto che un’esperienza seppure fortuita che fa emergere alcuni aspetti del proprio lato oscuro non andrebbe sepolta con la proverbiale “pietra sopra e non pensarci più“, come avviene nel romanzo. Una persona dovrebbe avere il coraggio di esplorare, non di reprimere, i propri lati oscuri, così come esplorare la possibilità di viverli (e goderseli) in modo compatibile all’esigenza di configurarsi in modo socialmente accettabile e interiormente accettabile. Il problema è che questa esplorazione richiederebbe la presenza di un complice affidabile. I lati oscuri della sessualità femminile entrano in risonanza più e meglio quando c’è un uomo che metta in gioco a sua volta i propri lati oscuri, come nel caso della vena violenta incontrollabile di Fabio nel romanzo.
Veniamo così all’interpretazione del secondo lapsus narrativo. Al netto della verginità, Fabio sarebbe un complice perfetto: una mente brillante (come testimoniano i suoi successi negli studi), un fiuto innato per capire le donne (come testimonia la facilità di percepire al volo il punto debole di Carla), un corposo lato oscuro da mettere sul tavolo (come dimostra la sua indole violenta e la sua frequentazione di ambienti teppistici). La sua verginità, la sua inesperienza, e quindi automaticamente la sua inaffidabilità, costituiscono invece l’unico aspetto che lo esclude dal ruolo. Il lapsus nasconde probabilmente l’esigenza di creare un alibi a Carla per decidere di girarne alla larga (e, chissà, forse all’autrice di evitare di approfondire il lato oscuro della protagonista). Più in generale, credo che il personaggio di Fabio sia un interlocutore molto scomodo, per l’autrice forse ancor più che per la protagonista. Farne un improbabile verginello è un modo per disinnescarlo, per quanto un po’ goffo e maldestro sul piano narrativo.

Il romanzo si chiude quindi con una svolta abbastanza inattesa. Carla decide ex abrupto di chiudere ogni contatto con Fabio, fatta salva la presentazione della tesi, e respinge ogni tentativo di lui di riallacciare il rapporto. Chiude anche, più in generale, con l’abitudine di frequentare i Tadzio, e disdice l’affitto dell’appartamento che usava come pied-a-terre. Inizia invece a uscire con un professore universitario cinquantenne, con cui si ritrova poi a far coppia fissa, con tanto di prospettiva di convivenza e vecchia casa dei nonni da ristrutturare. In altre parole si sistema per la gioia dell’amica del cuore, la stessa che gli ha presentato il tipo, che non aspettava altro.
Abbiamo così il terzo e ultimo modello di femminilità, quello con cui si chiude il romanzo, e quindi quello vincente. Corrisponde all’Io, ed è infatti il modello più facile da accettare interiormente e da far accettare dal contesto esterno: la donna che ha un rapporto stabile, alla luce del sole, con un uomo fisso. In altre parole il più classico dei fidanzamenti, con esplicito obiettivo di coronamento dello stesso rapporto con la convivenza. Una struttura stabile di rapporti affettivi. Una famiglia. E tanti saluti alla irrealistica collezionista emancipata e indipendente, ma soprattutto tanti saluti al lato oscuro, protagonista annunciato e poi mancato.
E’ un finale assolutamente verosimile. E’ molto difficile che una donna possa dedicarsi all’esplorazione del proprio lato oscuro se prima non ha soddisfatto tutta una serie di bisogni primari: un uomo, una casa, solidi punti di riferimento. Tuttavia, sebbene Carla nelle ultime pagine cerchi di trasmettere una viva soddisfazione per la sua nuova situazione, questo finale lascia il lettore con un certo retrogusto amarognolo. Reprimere le proprie pulsioni profonde in nome dell’adesione ad uno schema di normalità borghese è un po’ triste, soprattutto in un romanzo erotico.
Ma ci accorgiamo che più o meno consapevolmente l’autrice ha contribuito a creare questo sottile clima di dubbiosa incertezza nel lieto fine. Proprio con il suo terzo lapsus narrativo.

E’ assolutamente sorprendente che il personaggio maschile più odioso dell’intero romanzo, di punto in bianco, con imprevedibile svolta narrativa, diventi il principe azzurro del lieto fine, con tanto di vissero felici e contenti.
Peter Silien, docente di Filosofia, al suo apparire nel testo viene infatti presentato nel modo più efficace per renderlo mortalmente antipatico ai lettori, che ereditano le stesse sensazioni a pelle che lui ispira a Carla: un tronfio vanesio capace di ammorbarti le serate parlando solo di “vini e cavalli”, per di più reso in qualche modo “viscido” (parola che usa la stessa protagonista) dal sospetto che gli aleggia intorno di essere un professore di quelli che approfittano della posizione per estorcere prestazioni sessualli alle studentesse. Si può sicuramente cambiare idea su una persona, come fa Carla nel romanzo. Ma al lettore resta un dubbio: come potevano le sensazioni istintive della protagonista al momento del primo incontro essere così totalmente sballate? Come può un principe azzurro degno di questo ruolo non ispirare al suo apparire non dico il colpo di fulmine e l’amore a prima vista, ma perlomeno un interesse, una simpatia, una positiva curiosità?
Un’autrice non si sognerebbe mai di rendere così odioso e antipatico un personaggio sapendo che poi nel finale si sarebbe rivelato il principe azzurro del vissero felici e contenti. Quindi le ipotesi sono due: o Rossella mentre introduceva il personaggio non sapeva ancora, nemmeno lei stessa, che ruolo avrebbe avuto nel finale della storia. Oppure la cosa è costruita artificialmente, proprio per creare questo senso di stonato nel lettore che chiude l’ultima pagina con Carla tutta felice, intenta a fare progetti per la ristrutturazione e l’arredamento della casa avita. In entrambi i casi resta il sospetto che il lieto fine, più o meno consapevolmente, non sia così lieto nemmeno per l’autrice.

Ma c’è forse un altro aspetto che tra le righe aggiunge un retrogusto stonato a tutta la storia. Il percorso ipotizzato dall’autrice attraverso i tre modelli è effettuato nel senso opposto rispetto a quello più ortodosso e probabilmente più opportuno. C’è quella strana dissonanza che si avverte nell’ascoltare un brano di musica al contrario. Purtroppo approfondire il concetto mi costringerebbe a dilungarmi e ho già scritto esageratamente troppo. Chissà che non se ne possa parlare in un’altra occasione.

Concludo sottolineando che un romanzo in grado di dare tanti spunti, di critica, di riflessione, di interpretazione, non può che essere promosso a pieni voti. Rossella è una che scrive aprendo l’anima, pur mantenendo uno stile sempre impeccabile, e nell’anima di una donna c’è sempre molto da leggere.

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