Il Compagno Shiva e i tormenti del Maschio di Poly

6 Mag

polyNon toccarti, tesoro… di Franco Poly Venier – Damster Edizioni

Per quanto ci siano autori maschi che si sforzano di entrare nell’immaginario femminile, non ce la faranno mai. Hanno una visione medioevale della donna anche se scrivono d’erotismo. È già tanto quando si trova qualcuno che umilmente riesce a trasmettere una personale visione dell’immaginario erotico. La maggior parte può scrivere nei giornali che una volta si trovavano dai barbieri

Questo è quello che sostiene qualcuno (ci tornerò più avanti).

In realtà, in tre dei tredici racconti di questa raccolta (e precisamente nel secondo, nel terzo e nel quarto), Franco Poly Venier assume nella narrazione il punto di vista di una protagonista femminile, e secondo me lo fa in modo molto convincente. Ho apprezzato in particolare quello intitolato “Le Serve“, in cui per una serie di circostanze una donna si ritrova ad andare a teatro con un “amico di amici” che non conosceva, un ragazzo più giovane di lei, e nel buio della sala riceve da questi delle avances molto spinte che ricambia. I pensieri della donna momento per momento, le remore, i dubbi, l’eccitazione crescente, le tentazioni, sono molto credibili e coinvolgenti.

Le Serve” è il titolo dell’opera teatrale che i due protagonisti vanno a vedere (e della quale, come avrete capito, non si interessano granché). Mi sono chiesto se l’autore volesse insinuare qualche oscuro collegamento di significato tra il racconto e la commedia/tragedia di Jean Genet (piuttosto interessante anche in senso erotico) visto che ha scelto di darvi lo stesso titolo. Ma mi sono convinto che non è così. Anzi, dubito che Poly pensasse davvero a quell’opera mentre scriveva, visto che nel racconto parla di attori e non di attrici, mentre l’atto unico di Genet prevede solo tre personaggi femminili. Diciamo che Poly non sembra uno di quelli che mette particolare impegno e creatività nella scelta dei titoli. Il racconto avrebbe potuto benissimo intitolarsi, per dire, “Le Baruffe Chiozzotte” senza che nulla cambiasse.

Le Serve” è un ottimo racconto, ma avrebbe potuto scriverlo qualsiasi altro (bravo) autore erotico. Poly si distingue, si caratterizza, e diventa interessante e originale, in particolare negli altri dieci racconti, quelli scritti da un punto di vista maschile, nei racconti dove i diversi protagonisti maschili sono tutti altrettante incarnazioni di un unico modello di uomo, che potremmo definire Il Maschio di Poly.

Il Maschio di Poly è l’uomo che ha subito (o si è autoimposto) una vera e propria castrazione psicologica e, direi soprattutto, culturale. E’ un uomo che è stato indotto a credere che la mascolinità fallica sia qualcosa di brutto, sporco e cattivo, qualcosa di (e qui ci sta proprio bene) politicamente scorretto.

Ne vediamo i sintomi, tanto per fare un esempio, nel rapporto con le erezioni. I protagonisti di Poly accolgono le proprie erezioni sempre con rassegnato fastidio, tanto quanto fa un allergico al manifestarsi dei sintomi ai primi tepori primaverili. “Ecco qui… ci risiamo… lo sapevo.”

Il desiderio che questi personaggi provano nei confronti della donna non è mai di tipo penetrativo. La componente fallica è repressa, e viene sublimata in un ossessivo feticismo per le parti intime del corpo femminile e per la biancheria che le adorna. Parti da guardare, da toccare, da baciare e leccare, soprattutto. La penetrazione è solo una fastidiosa incombenza da onorare per seguire le usanze, ma che non sembra rivestire il minimo interesse.

Questo ossessivo feticismo finisce per essere un grosso ostacolo nel rapporto tra questi uomini e le loro partner femminili nel loro essere persone a tutto tondo, con un anima, pensieri, sentimenti, emozioni, desideri. In quasi tutti questi racconti troviamo dei dialoghi spesso kafkiani, o da teatro dell’assurdo, tra una donna e il protagonista che fatica a considerarla come persona, e tende a vederla solo come portatrice sana di tette, capezzoli, peli pubici, clitoride, labbra, natiche, orifizi, nonché mutandine, reggiseni, autoreggenti.

L’identificazione (contestabile) dell’archetipo fallico con qualcosa di politicamente scorretto nonché chiaramente destrorso, è ben rappresentata nell’unico altro personaggio maschile che incontriamo, l’assessore del nono racconto che il protagonista intervista (anche il tema dell’intervista è abbastanza ricorrente in Poly) che rappresenta appunto la fallicità che l’autore aborrisce e disprezza. Per ben due volte l’autore evoca, con parole di assoluto orrore, il Fallo (“verga eretta, vene pulsanti, luccichii di liquido seminale, glande eccessivamente congestionato“) associandolo a questo personaggio, un assessore di provincia con tutti i tic del politico berlusconiano: l’ossessione contro i giudici, i comunisti, i giudici comunisti, ecc. Accanto a lui viene collocata la donna succube del fallo, nelle veci di una segretaria sexy che oltre a sfoggiare spudoratamente le parti proibite che mandano il nostro protagonista in confusione, mostra un tatuaggio a forma di pene eretto vicino all’inguine, e un altro su un lato del seno con la scritta “adoro la minchia” (sic!).

C’è un errore ideologico fondamentale, che non troviamo solo in Poly, ma probabilmente costituisce uno dei maggiori equivoci nella cultura contemporanea. Il Fallo, la mascolinità fallica, l’archetipo fallico, i Dioniso e gli Shiva delle antiche religioni, NON sono di destra. E’ vero il contrario: Shiva, la forza fallica della natura, è il rivoluzionario, il distruttore, il sovvertitore dell’ordine costituito, ed è in quanto tale la vera anima, il vero archetipo, di tutto ciò che può intendersi come sinistra. E’ Visnu semmai, archetipo del Conservatore nella trimurti indiana, ad essere il vero destrorso. E non è neanche vero che il Fallo sia antifemminista, se è vero che le prime donne ribelli ed emancipate della cultura occidentale furono proprio le Baccanti che celebravano il Fallo quale simbolo del dio.

Non ha nulla di genuinamente fallico un vecchio miliardario laido che si circonda di giovinette mercenarie, e ricorre a punture e pompette per supplire a una virilità persa (se mai posseduta). Al contrario, in questo dimostra l’ossessione di chi insegue ciò che non possiede intrinsecamente. Anche perché l’accumulazione di ricchezze non è fallica, anzi dal punto di vista psicanalitico è anale. L’uomo davvero fallico non sarà mai straricco, perché il Fallo è dono, è generosità, anche con se stessi, oltre alla naturale indulgenza per i piaceri della vita (non solo il sesso, anche la tavola, il vino, la musica, la danza, il teatro, la letteratura, l’arte, la buona compagnia, l’interazione sociale) che non vengono mai sacrificati sull’altare dell’arricchimento. Il Fallo è ricchezza, ma ricchezza per tutti, abbondanza condivisa da godere insieme. Non lasciamo alla destra politica e ideologica un immotivato e malinteso monopolio sul Fallo. Siamo noi quelli di “facciamo l’amore non la guerra” e per fare l’amore il Fallo (perdonate l’ardire) ha una certa sua qualche utilità. Anzi, secondo la mitologia indiana, il dio della guerra Skanda viene generato proprio nel momento in cui a Shiva viene impedito di continuare a scopare con la sua compagna Parvati. La repressione del Fallo può sfociare nella violenza bellica, come negli USA dei Bush padre e figlio, bigotti all’inverosimile, predicatori della castità, ma inguaribilmente guerrafondai.

Insomma, per dirla in sintesi, il Fallo, il cazzo eretto e duro, è di sinistra. Usatelo, compagni, e godetevelo, compagne, senza complessi.

Ma torniamo al problematico Maschio di Poly, che invece come dicevamo è culturalmente castrato, rifiuta la fallicità per (inconsapevole?) scelta politica. L’ossessivo feticismo per le parti intime del corpo femminile ne è una conseguenza. Ogni feticismo è specchio del rifiuto, della paura, di rapportarsi con la persona desiderata nella sua piena essenza. L’uomo che rinuncia alla propria fallicità non può confrontarsi con una donna in quanto tale, visto che ha rinunciato ad avere qualcosa da offrire di paragonabile alla sessualità femminile, nella sua ricca complessità e nella sua enorme potenza. Preferisce allora confrontarsi con le singole parti del corpo, fisiche, passive, impersonali, più facilmente addomesticabili.

Ma questa è una scelta che generalmente non paga con le donne, che non amano sentirsi considerate solo culi, tette e buchi (per non parlare di quanto sia poco politically correct un approccio del genere). E si vendicano, giustamente.

Questo è proprio quello che avviene in particolare nel racconto più bello e significativo, quello che dà il titolo all’intera raccolta.

La compagna dell’ennesimo protagonista-Maschio di Poly, durante una sessione erotica, facendo leva sul potere ipnotizzante delle sue parti proibite, gli impone una posizione passiva, succube. Non ti muovere, non parlare, non toccarti.

A quel punto, davanti agli occhi esterefatti di lui, tira fuori… indovinate?… il tanto deprecato Fallo, in una sua rappresentazione in lattice, e comincia a giocarci, infilandoselo dentro. Tu, stronzo, non riesci ad essere fallico, non mi vuoi offrire il Fallo (che è qualcosa di più che concedermi malvolentieri la scopatina rituale), e allora io me lo dò da sola. Anzi, sai cosa faccio? Prima te lo faccio succhiare ben bene, tutto unto dei miei umori, e poi te lo ficco come si deve nel culetto. Lui, dopo una certa iniziale ritrosia, comincia a goderne, fino all’orgasmo. La pagina che descrive questo orgasmo, oltre ad essere molto ben scritta e coinvolgente, è in assoluto la più eroticamente intensa di tutta la raccolta. In ben tredici racconti non c’è nessun momento di piacere maschile paragonabile a questo. Ma è la conseguenza logica di quanto ho scritto fin qui. Avendo rinunciato alla propria fallicità, per il Maschio di Poly l’unico piacere sessuale da poter vivere con pieno abbandono, senza freni, senza inibizioni, senza complessi di colpa culturali e politici, è questo. Prenderlo in culo.

Resto in debito di una spiegazione sulla frase che apre questa recensione. L’ha scritta lo stesso Poly, ma mettendola in bocca al personaggio femminile dell’ultimo racconto, una scrittrice di erotismo che il protagonista va ad intervistare (ennesima intervista) portandosi dietro le sue solite ossessioni sulla biancheria intima.

Purtroppo devo ritenere che le parole che dice l’immaginaria scrittrice intervistata siano pensieri dello stesso Poly. Il fatto stesso che debba attribuirli ad una donna per darvi peso e credibilità è già di per sé significativo. Il rifiuto della fallicità probabilmente si nasconde dietro quel deprecare la presunta “visione medioevale della donna“, mentre sicuramente riconosce se stesso tra quelli che “umilmente riescono a trasmettere una personale visione dell’immaginario erotico” che poi sarebbe l’erotismo maschile senza Fallo.

Vi risparmio quello che viene detto poco prima, nello stesso racconto, riguardo all'”erotismo di destra e di sinistra“, che non fa che dimostrare ulteriormente la mia tesi interpretativa: la rinuncia al Fallo è una malintesa scelta politica e culturale.

Dobbiamo dire che “la visione personale dell’immaginario erotico” proposta da Poly funziona sul piano erotico solo in “Le serve” (il cui protagonista maschile è del tutto distante dall Maschio di Poly, anzi è un giovanotto fallico e intraprendente) e in “Non toccarti, tesoro“, quando in un certo senso percorre altre vie per il piacere. Forse anche in “L’aureola“, dove c’è un Maschio di Poly ancora giovane e forse ancora non troppo bloccato da scrupoli politici e ideologici. Negli altri racconti l’effetto che si ha è quello di un Ridolini nella scena hot di un pornazzo. Si ride e ci si diverte, ma di erotico resta poco. Finisce persino il divertimento, quando l’autore si abbandona eccessivamente al gusto del dialogo assurdo e scade in una poltiglia impresentabile come in “L’incognita“. Ma quest’ultimo è l’unico episodio davvero negativo della raccolta. Per il resto Poly (aldilà delle contestabili scelte ideologiche) offre una lettura assolutamente interessante, sia che si abbia voglia di cercare le giuste chiavi interpretative, sia che ci si voglia limitare a sorridere per la componente assurda e kafkiana dei suoi dialoghi. Lettura sicuramente consigliata.

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Una Risposta to “Il Compagno Shiva e i tormenti del Maschio di Poly”

  1. Redlec (Marco Rossi Lecce 8 maggio 2013 a 13:46 #

    E bravo Vittorio (Xlater) 🙂

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