Pure Sex Compilation

2 Dic

Confesso che ancora non ho capito se “Pure” vada letto all’inglese, o se sia il femminile plurale dell’aggettivo “puro”, o se sia da intendere come l’avverbio sinonimo di “anche”. Non mi sembra che ci sia un particolare filo conduttore, o forse c’è ed è colpa mia non riuscire a coglierlo. Eppure in questa antologia sono uno degli autori ospitati. Mi chiedo se anche gli altri autori si siano tolti lo sfizio di leggere gli altri contributi, e nel caso cosa ne pensino.
La selezione di racconti per questa antologia uscita solo in versione e-book è opera di Luciana Cameli. Scaricare l’e-book costa solo 3 €, e il ricavato contribuisce a finanziare le iniziative dell’associazione “Erotic Search” di cui abbiamo già parlato qui su CA. Credo che solo per questo potrebbe essere una buona idea quella di autotassarsi di una somma irrisoria per dare una piccola mano a chi fa qualcosa per movimentare il nostro ambiente. Ma anche di per sé questa compilation di racconti merita attenzione, per la presenza di una piacevole varietà di tematiche e di approcci. Tanto per dare un’idea di quello ci si può trovare dentro, per incuriosire e magari per dare qualche spunto di approfondimento, scriverò poche righe per ognuno dei racconti presenti. Saltando quello del sottoscritto (se qualcuno volesse parlarne su CA è il benvenuto)

L’ovetto Kinder, cui si riferisce il titolo del primo racconto, scritto da Romeo Sanna, è un giocattolino da sexy shop, un ovulo vaginale vibrante e azionabile da telecomando. Per il ruolo che assume nel racconto ha un illustre analogo nella scatoletta misteriosa, con potenziometro e antenna, che si ritrova nel fumetto “Il Gioco“ di Milo Manara. In entrambi i casi si tratta della proiezione concreta di una tipica fantasia maschile, quella di poter controllare meccanicamente, con la semplice pressione di un tasto, l’eccitazione di una donna, al punto di riuscire a metterla nello stato in cui gli istinti profondi prendono il controllo della situazione. Una comoda scorciatoia, visto che evocare l’eccitazione intensa in un o in una partner è un processo complesso, qualcosa che sta tra arte e magia.
Mi sembra però che nel contesto di questo racconto si tratti di un’arma eccessiva. La protagonista si era recata di propria sponte in una casa sconosciuta, presso gente sconosciuta, disponibile a provare un’esperienza da slave (la genesi di questa disponibilità nel racconto non mi sembra, tra l’altro, particolarmente convincente). Forse non era il caso di usare anche quella specie di scassinatore della libido.
Dispiace anche che il finale risulti un po’ punitivo per la protagonista.

Si legge piacevolmente Onda, il secondo racconto, di Daniela Rindi, soprattutto per merito dello stile elegante dell’autrice. Ma mi sento vagamente infastidito dall’atmosfera un po’ troppo patinata, un po’ troppo da spottone televisivo. Avete presenti quelle pubblicità in cui tutto è così fastidiosamente perfetto? Perfetto e bellissimo il luogo, perfetta e bellissima lei col suo yoga e le sue frequentazioni dotte, perfetto e bellissimo lui, che tutte le mattine fa jogging sulla spiaggia alle sei di mattina (devono essere le sei di mattina, altrimenti non sarebbe credibile in estate la spiaggia deserta necessaria al consumarsi dell’amplesso), con la maglietta sudata appiccicata ai pettorali, il bicipite definito, il sorriso intrigante. Perfetto e bellissimo persino il cane. Scolastico lo spunto, prevedibile l’esito. Non si può impedire a un pennello raffinato di dipingere una realtà ultrapatinata. Ma c’è il rischio di pagarla con un impatto emotivo impalpabile.

Più emotivamente movimentato Il Regalo di Compleanno di Tinta, terzo racconto, in cui la protagonista organizza una giornata speciale da passare in albergo con il proprio amante, un uomo da cui è evidentemente molto attratta, ma di cui dice peste e corna dalla prima all’ultima riga. Vorrebbe averlo tutto per sé, allo stesso tempo sostiene di saper “stare al proprio posto di amante”. Un equilibrismo complicatissimo. Infatti, dopo una fase in cui tutto sembra andare per il meglio, il cellulare di lui trilla e lei ascolta lui cercare di imbonire la moglie con qualche scusa. Cosa che la porta a reagire esasperata. Il finale mi sembra un po’ forzato. Il racconto dà sicuramente il meglio nella parte centrale, quella erotica, intensa e coinvolgente.

Anche la protagonista di Come Tu Mi Vuoi di Cristiana Danila Formetta, quarto racconto, dice peste e corna del partner dall’inizio alla fine del racconto, e qui la bruciante contraddizione tra disprezzo e attrazione ha un’evidenza ancora maggiore. Sottomettersi a “un piccolo stronzo egoista“, a uno che “vorrebbe sembrare un lord, invece assomiglia a un pappone di provincia” evidentemente è ancora più perversamente eccitante. Sicuramente molto più convincente e coinvolgente, per chi legge, di una scopata patinata sul bagnasciuga di una spiaggia sarda, con il fustone gentile rispettoso ed educato che jogga tutte le mattine alle sei.

Ha un sapore molto patinato anche lo stile di Kristalia, autrice del quinto racconto La Preda, ma in questo caso lo stile crea un intrigante contrasto con l’intensità erotica del momento descritto. E’ difficile pensare realisticamente che una donna, mentre prende possesso della protagonista, appunto la preda del titolo, possa rivolgersi a lei con un linguaggio così involuto, ricercato, letterario, quasi un monologo teatrale. Ma chissà perché l’effetto funziona e la carica sessuale di quanto succede viene trasmessa molto bene.

Veleno di Ermione e Fausto Rampazzo, sesto della raccolta, è il racconto con lo stile meno friendly. Si fatica un po’ ad entrare nella storia, a capire subito il chi, il come, il dove e il quando, e di solito non amo gli autori che rendono inutilmente difficile la vita a chi legge. Ma in questo caso la scelta è giustificata e azzeccatissima. La protagonista che racconta è confusa dai fumi dell’alcol per tutta la durata del racconto, e soprattutto è sconvolta da una realtà pesante e tragica cui il pensiero non fa che tornare ossessivamente. Il suo modo di raccontare comunica, attraverso lo stile, tutto questo, e lo fa in modo egregio. La storia è ben costruita, originale, drammatica e trascinante. Personalmente considero questo racconto un gradino sopra agli altri.

Il settimo racconto, Segreti di Valeria Ferracuti, ripropone l’ennesimo ingiusto e sbilanciato confronto tra il partner ufficiale, reale, di tutti i giorni, e il cyber-amante in chat. E’ chiaro che quest’ultimo ha tutti i vantaggi e l’altro tutte le rogne. Che bisogno c’è di insistere così crudelmente?

In Una Giornata di Pioggia, ottavo racconto, l’autrice Cristiana Longhi fa raccontare alla protagonista di essere andata a trovare il suo partner durante una mattinata piovosa. Lo trova “ancora mezzo addormentato“, sebbene lei abbia già avuto tempo di fare tutti i suoi giri, e ci fa piacere immenso non trovare un altro soggetto che fa jogging tutte le mattine alle sei. Quello che succede dopo è esattamente quello che chiunque si aspetterebbe a questo punto, e non c’è altro nel racconto se non il tentativo di riportare il tutto con uno stile molto lirico. Tentativo che giudicherei anche apprezzabile, se non avessi inciampato in una frase particolare. “Il tuo pene bagnato e lucente si scioglie flocculando al suo interno [sottinteso “della mia arrendevole vagina“].” Io non sapevo cosa significasse “flocculare“: ho scoperto che è “un processo chimico-fisico che porta alla formazione di un sistema colloidale in cui la fase solida tende a separarsi formando dei fiocchi in sospensione”. E’ un qualcosa, mi dicono, che ha a che vedere con gli impianti di trattamento delle acque reflue. Evoca, poco eroticamente, delle fognature. Quel che è peggio è che l’autrice continua subito dopo scrivendo “La vagina aperta e accogliente è la pozza in cui ti immergi”. Poco più oltre riferimenti alle pozzanghere per le strade, che a loro volta trasmettono l’immagine di tombini ingorgati da acqua fangosa. Non posso dire che l’effetto poetico sia pienamente riuscito.

Nel racconto di Origone, Dipendenza, e siamo arrivati al nono, ritroviamo la lacerante contraddizione di attrazione e disprezzo che abbiamo già incontrato nel terzo e nel quarto racconto. Stavolta però è un uomo che non riesce a liberarsi dalla sua mistress, la quale sembra non limitarsi alle solite note sevizie da camera da letto, ma interviene a gamba tesa anche sulla sfera sociale del partner. Lo mette nei guai telefonando alla moglie di lui, rivelandole i vizietti del marito, e addirittura minacciandola di morte (l’ho percepita come una esagerazione, ma ci tornerò più avanti). Lui è infuriato e parte con l’intenzione di rompere tutti i contatti, ma Nora, la mistress, metterà in campo tutti i suoi poteri e non sarà facile.
Il focus è tutto sul dramma di lui. Ma sarebbe stato interessante anche scavare un po’ anche nella psicologia di questa Mistress, all’apparenza sicura e dura come l’acciaio. Questa sua smania possessiva (“Ti voglio tutto per me“), dimostra che la dipendenza di cui al titolo non corre in un senso solo. L’abnorme minaccia alla moglie di lui denota l’isterismo di una donna debole, non certo la sicurezza di una maliarda dal fascino irresistibile. Che bisogno avrebbe avuto, altrimenti, di minacciare la rivale?

Il decimo racconto, Rendimi Liquida, di Alemar, è davvero un racconto? Piuttosto mi sembra un’appassionata lettera d’amore, e forse lo è davvero, vista la esplicita dedica a tal Fabrizio. In un racconto dovrebbe succedere qualcosa. Mi sta benissimo che uno degli scopi principali della narrativa possa essere coinvolgere emotivamente il lettore, forse persino lo scopo principale. Ma lo si dovrebbe fare attraverso il racconto di qualcosa che succede. Se voglio commuovere un lettore, descrivo una storia/una situazione commovente. Se voglio far ridere, scrivo una storia/una situazione divertente. Non mi limito a sbattere lì un personaggio che racconta quanto si sta divertendo lui. “Ragazzi, quanto mi diverto,  mi sto piegando in due dalle risate…” Va bene, ma dicci cos’è successo… fai ridere anche noi! Se non lo fa, nessuno potrà mai dire che il racconto è davvero divertente. Al limite può succedere che uno rida per contagio, ma non si può parlare di racconto divertente. I fatti e la coloritura emotiva sono un po’ come la pietanza e il condimento. Una buona pietanza può anche essere apprezzata con pochissimo condimento, così come buone storie possono colpire e coinvolgere anche usando uno stile sobrio e asciutto. Il condimento in sé non è una brutta cosa, ma va usato con la giusta parsimonia. Qui siamo in presenza di un piatto di puro condimento.

Saltando per ovvie ragioni l’undicesimo racconto, arriviamo al dodicesimo e ultimo, Due Liti che poi è il  contributo di Luciana Cameli, la padrona di casa.

Luciana sa scrivere con molta intensità. Il problema è che non riesce bene a dosare l’intensità durante il percorso. Edgar Allan Poe descrisse su un trattato (“La filosofia della composizione“) come avesse composto la sua poesia più famosa (“Il Corvo“), e spiegò che lui sapeva benissimo sin dall’inizio che nella terzultima strofa si dovesse raggiungere il climax dell’intensità di tutta la composizione. Per ottenere questo effetto lui non si faceva scrupoli di “indebolire” le altre strofe, ossia renderle poeticamente meno efficaci, più brutte, pur di far risaltare per contrasto la strofa giusta. Ma è un concetto persino banale, che ritroviamo tale e quale nella musica, nella recitazione, persino nella pittura se è vero che gli squarci di luce accecante di certi quadri caravaggeschi si ottengono gestendo come si deve le aree buie circostanti. Una tela tutta bianca non acceca nessuno. In ambito erotico questo principio è particolarmente valido, e non solo nell’ambito del sesso scritto, ma a maggior ragione nel sesso praticato. Ci sono le fasi in cui la punta di un polpastrello che sfiora un braccio può darti un brivido intenso, e le fasi in cui ci si dà giù dentro di brutto. L’intensità va sempre gestita, dosata.
Luciana invece in questo racconto non dosa. Mette il “volume” dell’intensità al massimo dalla prima parola fino all’ultima, ma così purtroppo si appiattisce tutto. Credo che lei stessa in qualche modo se ne accorga. Anche se il volume è già al massimo in tutte le frasi, in certe frasi vorrebbe metterci “più massimo del massimo”. Ma la manopola è già a tavoletta. E allora cosa fa? Le scrive in grassetto. Succede però che non riesce a dosare nemmeno questo escamotage, così che alla fine una buona metà del testo è in grassetto. Il risultato è che nulla attira davvero l’attenzione, mentre l’effetto visivo è piuttosto fastidioso, disturbando anche la lettura.

La prima frase del racconto è “Il nostro rapporto respira da pochi mesi“. Perché “respira“? Sì, posso capire che può essere una bella immagine, sicuramente dà un tono di intensità poetica alla frase. Ma non c’è nessun bisogno di mettere a manetta l’intensità subito, all’inizio, in una frase che non ha nessun particolare significato emotivo da trasmettere. E’ uno spreco, anzi, peggio, è nocivo. E, come se non bastasse, la frase è scritta in grassetto!!

E così questa scenata di gelosia reciproca tra due amanti lesbiche, che si trasforma poi in un abbraccio, poi in un bacio, poi in una furente sessione di sesso saffico, viene appiattita da questa gestione non adeguata dell’intensità. Se “le nostre intimità sono in stretto contatto” non ha un’intensità maggiore di “il nostro rapporto respira da pochi mesi“, qualcosa evidentemente non funziona.

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3 Risposte to “Pure Sex Compilation”

  1. massimolegnani 4 dicembre 2010 a 10:02 #

    molto interessante la disanima che fai di questa serie di racconti. Permettimi di fare una battuta riagganciandomi ai tuoi dubbi inziali sul titolo: visto quello che dici circa la scarsa omogeneità dell’opera, probabilmente questo va letto accentato sulla e finale: purè (poco amalgamato).
    Battuta a parte, mi interessa il tuo modo di far critica, nel senso migliore del termine: sono letture, le tue, dall’interno, che danno una visione d’insieme, dove il riassunto stesso del racconto serve a farci entrare nel suo clima. Apprezzo anche l’assenza di piaggeria verso gli altri autori che ti sono stati compagni di viaggio in questa esperienza. pur non avendo letto nessuno o quasi delle opere che citi, trovo un’onestà intellettuale di fondo, almeno questa è l’impressione che ne ricavo, cioè assenza di quel livore o amore preconcetto che prende noi autori quando commentiamo lavori altrui. vista questa premessa, mi sarebbe piaciuto, e qui ti lancio una piccola sfida, che fosse comparsa anche una breve critica al tuo di racconto, sarebbe stato un bell’esercizio e sono convinto che saresti stato sufficientemente obbiettivo.
    Non condivido solo una tua affermazione: “in un racconto dovrebbe succedere qualcosa”. Non è detto, esiste anche il racconto-non racconto, in cui la trama è sostituita quasi per intero dalla comunicatività di un’atmosfera. certo non è facile da scrivere, ma quando ci si riesce si costruisce un vero ponte tra autore e lettore (penso, per farti un esempio, a certi brani di Erato, che privilegia, non sempre riuscendoci, l’aspetto comunicativo della scrittura su quello cronachistico).
    ml

    • Xlater 4 dicembre 2010 a 18:50 #

      Ciao Massimo, grazie dell’apprezzamento.

      Credo che l’onestà intellettuale di fondo che mi riconosci, e ti ringrazio di questo, dipenda dalla semplice applicazione della vecchia massima del “non fare agli altri”. A me piacerebbe essere letto ed eventualmente commentato nello stesso modo che uso io con le opere altrui. Da autore preferisco sempre una critica che nasce da una lettura attenta, da un pizzico di riflessione, da un’osservazione acuta e originale, piuttosto che un complimento superficiale e generico.

      La filosofia intorno cui nasce questo progetto di ConSesso Aperto è proprio questa: stimolarci a vicenda ad essere lettori attenti e profondi di ciò che scrivono gli altri. Magari aiutandoci a vicenda a cogliere quello che c’è di buono (ed eventualmente di meno buono) negli scritti degli altri. Anche perchè la fruizione di un’opera è sempre qualcosa che viene meglio quando è condivisa. A nessuno piace andare a cinema da solo: meglio andare in gruppo e magari scambiarci le impressioni dopo, davanti a una birra. Così come a volte capita di segnalare agli amici un bel film che si è visto.

      La cosa divertente è che nello specifico siamo “cineasti” anche noi, ossia fuor di metafora autori, e scambiarci opinioni, tra addetti ai lavori, sicuramente ci aiuta a migliorare, o perlomeno a sviluppare un senso critico utilissimo anche quando si scrive.

      Devo respingere la sfida che mi lanci: una regola che ci siamo dati è quella di parlare degli altri e non di se stessi. Ed è meglio così, perché potrei scrivere intere tesi di laurea su ognuno dei miei racconti.

      Però sono io che ti lancio una sfida, prendendo spunto da quello che scrivi sul “racconto non-racconto”. Hai citato Erato, come esempio. Bene, scegli un suo brano tra quelli che preferisci come esempio di “racconto non-racconto” e scrivine una recensione, una presentazione (chiamiamola come ci pare) qui su ConSesso Aperto. Magari mettendo in evidenza appunto l’aspetto di “non racconto”. Sono sicuro che sei all’altezza, e ogni firma che si aggiunge al blog come autore è per noi un’enorme passo avanti. E poi, con la scusa, magari riusciamo a coinvolgere nel giro del blog anche Erato, che nel nostro ambiente di scrittori erotici del web è sicuramente un personaggio di rilievo.

      Fammi sapere, e ancora grazie!

  2. Erato 6 dicembre 2010 a 11:10 #

    Vi leggo con interesse.

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