Il pasto nudo dell’uomo che rivolta le metafore

27 Nov

 

massimolegnani è uno scrittore erotico. Lo scrivo senza alcuna confusione tra il complemento e l’attributo: è per me giusto l’aggettivo, connotante della sua intera produzione.

E’ un autore prolifico, che non è confinato nel genere, ma la cui narrativa è tutta pervasa di un erotismo impalpabile. E’ un autore da leggere col corpo, prima che con la mente, che attiva prima i sensi e poi le sinapsi. Penso a certi suoi omaggi a piante e alberi, in cui la sensualità – una sensualità “organica” – permea i brani come la linfa stessa che alimenta le piante. Penso al suo rapporto col paesaggio, con la terra, con l’acqua, con i cicli di crescita e di distruzione della natura in cui in primo piano o sullo sfondo compare sempre un essere di sesso femminile, fosse anche una bicicletta. Trasmette emozioni molto fisiche, epidermiche e tu ti chiedi come ciò sia possibile anche quando leggi della vita di un ospedale pediatrico.

Si può fare poco contro la sensualità, non si può blandirla, metterla fuori per la collottola, che quella, quando è così potente, fa uno sberleffo e una porta per rientrare la trova sempre.

Nella sua produzione, i racconti a tema eros sono una piccola parte, ma li abbiamo trovati significativi perché spesso massimolegnani non ci risparmia nulla. E’ un esploratore di parti oscure, di impulsi forti che non cerca assolutamente di addomesticare, ma anzi ti offre nudi e crudi. Unico condimento, un eros pieno di contrasti.

Ci sono almeno tre temi dominanti nella  tua narrativa erotica, che si spingono fino a racconti che schiettamente erotici non sono. Fra questi, c’è una ‘tensione’ che si può definire del desiderio insoddisfatto. In questo momento penso a Paradossamante. Un desiderio palpabile, concreto, fatto di carne e sguardi, che i tuoi protagonisti maschili tengono volutamente sospeso. Il desiderio è un paradosso?

No, non è il desiderio ad essere un paradosso, il desiderio è multiforme, talora viaggia sottopelle, ma è sempre limpido, visibile a se stessi, una sorta di stella polare che deve guidare le nostre azioni. Semmai è l’amore ad essere paradossale, amore inteso come concretizzazione del desiderio, perché soddisfacendo il desiderio lo consuma, lo spegne. Questo lo sa bene il protagonista di Paradossamante, tant’è che la sua emozione più grande è mantenersi alla periferia della sua donna, quasi disconoscerla per meglio apprezzarla, scoprire ogni volta ex-novo la sensualità dell’andatura, meravigliarsi sempre mentre entra in acqua, e bene lo sa anche lei (c’è una completa sintonia e simmetria tra i due) che aspetta di essere avanzata parecchio nell’acqua prima di compiere un gesto di intenso erotismo, per premiare gli occhi che l’hanno seguita e attesa fedeli fino a quel momento. E in quel gesto c’è tra i due un’intesa istintiva profondamente erotica che nessuna seduta di kamasutra tra lenzuola viola potrà superare. Come pure c’è erotismo nella scena finale, quando lei è scomparsa all’orizzonte e lui fantastica immaginandosela bambina.

A proposito della poesia che fa da chiusa a Paradossamante, ti è costata una (auto)censura per una indignata accusa di pedofilia seguita da un coro di polemiche. Prendo a prestito quest’episodio per chiederti: è davvero possibile sul web una scrittura veramente libera di accostarsi a impulsi autentici e spesso socialmente inaccettabili?  Una scrittura che  permette qualcosa di profondo come l’esplorazione di un tabù (parliamo di tabù, non di reati) senza ipocrisie?

Non ti so rispondere. L’episodio a cui ti riferisci (sono stato costretto a censurarmi per non essere radiato da un sito), dimostrerebbe che non è possibile una scrittura libera, che la stupidità prevale (la poesia che citi faceva parte di un trittico, la bambina, la donna, la vecchia, e in tutte e tre le età io vedevo la sensualità femminile seguendo quell’idea a cui accennavo prima. Mi hanno accusato di pedofilia e chissà perché non di gerontofilia!). Eppure io, che ho una scrittura ingenua, poco razionale, sono convinto che lo scopo della scrittura, soprattutto di quella erotica, sia proprio quello di lasciar affiorare pensieri, desideri, pulsioni che si annidano nascosti in qualche parte dell’animo. Una sorta di autocoscienza e allo stesso tempo di esorcismo, di liberazione dai tabù. È ovvio che se descrivo la raffinata macellazione di una donna non ho in realtà perversi istinti omicidi, non vorrò mai ucciderla nel concreto, ma sicuramente mi alletta l’idea teorica del dominio estremo su di lei (in apparente contraddizione con l’altra mia idea di adorazione del femminile).

È che credo non si debba avere paura delle proprie potenziali perversioni o meglio dei propri pensieri perversi, che sono appunto pensieri, fantasie. E la scrittura in questo dovrebbe e può aiutare molto.

Ecco, tu sei un po’ il bastian contrario della metafora. La tua prosa ricercatissima, carica di immagini poetiche, nei racconti a tema eros diventa asciutta, tagliente, le parole si incrudoliscono e si incrudeliscono e quella sensualità verbale si trasforma in tensione, perde morbidezza e musicalità. E’ una scelta?

Secondo me la narrativa manifestatamente erotica ha senso se va ad esplorare aree solitamente buie. Ecco allora che anche lo stile si deve staccare dai canoni abituali, divenire freddo, distaccato, come lo sguardo di chi sta per battere la propria schiava, o al contrario, calda, appassionata, come la pelle di chi quei colpi sta per ricevere.

Finché l’erotismo è velato utilizzo una scrittura delicata, attenta a dettagli che aiutano a rendere la scena sensuale. Invece quando l’erotismo si fa esplicito, scelgo una scrittura più affilata, secca, una specie di lama che entri nella pelle del lettore. Nella mia ottica questo è inevitabile perché differente è lo scopo nei due casi, nel primo suggerisco nel secondo rendo manifesto.

Suggerimento e manifestazione mi sembrano più gli effetti che le intenzioni di questa virata formale. Mi puoi dire meglio le ragioni letterarie della scelta?

Ti confesso che quando scrivo questi racconti è come se  mi rivolgessi a una lettrice ideale, non sempre una figura reale ma precisa nel comportamento. Mi sembra di vederla mentre scorre le righe con partecipazione crescente, si emoziona, legge con tutto il corpo non solo con gli occhi. Ecco allora che come un amante sollecito divento crudo o dolce a seconda dell’effetto che voglio suscitare in lei.

Sorrido: questa è vera e propria unione di utile e dilettevole, emmelle; una specie di tecnologia dell’acchiappanza. In ogni caso, l’apparente contraddizione forma/contenuto spesso attiva l’esplorazione di qualcosa che provoca irritazione, turbamento, al limite del fastidio. Qualcosa che disturba, ma che si legge fino in fondo e lascia la sensazione di aver guardato in sé stessi le oscurità che teniamo in ombra. La manifestano coppie sghembe, asimmetriche, improbabili in cui il rapporto sembra tutto sbilanciato. In particolare Il debutto e Cris (La devozione) sono racconti ‘forti’, di confine, che rendono molto sottile la linea tra dominazione e dominio, tra consenso e sopruso.

E sì, quasi sempre nei miei racconti erotici c’è un’asimmetria, uno squilibrio di forze nella coppia, ma spesso nel procedere della lettura ci si accorge (o si intuisce quando non è espresso esplicitamente) che vi è un progressivo riequilibrio o addirittura un ribaltamento. In “Cris”, un uomo maturo tiranneggia in tutti i modi una ragazzina. A mano a mano che si va avanti in questo abisso si capisce che l’uomo è destinato a soccombere ed è questo che acuisce la sua ferocia. Ti cito altri due pezzi, meno conosciuti perché pubblicati con un altro nick, Ti tratterò coi guanti e La piega: in entrambi si tratta di un rapporto di dominazione, ma traspare l’attenzione, la cura che il master mette nel donare sofferenza alla sua schiava. Finisce con l’essere un rapporto paritario, uno scambio di pelle e di emozioni.

Pubblichi racconti erotici con un altro alias? Un altro dei tuoi alter-ego o un modo per nascondersi?

Ebbene sì! è un’ammissione che un po’ mi costa, perché sono sempre stato contrario ai doppi nick. Però quando circa un anno fa sono approdato a un nuovo sito ho preferito darmi un altro nome (zenzero) per non condizionare né me né i lettori. E forse non è un caso che ne siano usciti racconti di diversa fattura, più aspri, spigolosi, come se cambiando nick avessi lasciato affiorare una diversa parte di me.

Quindi. Il desiderio, il gesto sospeso, è più erotico del soddisfacimento del desiderio, del gesto compiuto. E nella narrazione, quando si arriva al sesso, questo diventa estremo, catartico dei propri demoni (se permetti abbastanza inverosimile, almeno per chi ha un equilibrio psicologico stabile). Ma è meglio il sesso immaginato o quello vissuto?

Scusa, ma rifiuto il dualismo della domanda. È come chiedere a un bambino “vuoi più bene alla mamma o al papà?”

Molte volte racconti l’essenza del femminile. Una essenza innata, primordiale, che attraversa età, aspetto, condizione sociale, culturale, senza distinzioni. Vorrei citare L’ospite inattesa e Note sulla donna d’acqua. Non c’è nulla di iconico, di ideale nelle tue figure femminili (sono imperfette, terrene, raggiungibili), ma è facile ritrovare un atteggiamento commosso, al limite del mistico nella voce narrante o negli uomini che affianchi a queste donne. Come si concilia questa specie di incanto adorante con l’istinto predatorio, la sopraffazione che si trovano nei  brani citati in precedenza?

Mi fa piacere che citi un brano a cui sono particolarmente legato per l’idea che lo guida. Ho una visione della donna totalizzante, percepisco in ogni “femmina” un minimo comune denominatore che non è la fica  ma la sensualità che ogni donna porta con sé, magari nascosta, magari sepolta sotto mille difese o tante brutture, ma che poi affiora in un gesto involontario, in un’intonazione della voce, in una parola sfuggita. Occorre saper guardare, saper cogliere le sfumature che spesso sfuggono anche alla diretta interessata. E poi mi preme il concetto di immortalità della sensualità, che, se sai guardare, trovi identica in una bambina di 5 anni che si cancella con il dorso della mano gli sbaffi di cioccolata e in una novantenne che con dita tremanti si sistema una ciocca di capelli.

Chiudo con un’ultima domanda. Quante volte ti senti il cazzo più antico del mondo?

E’ una bella suggestione che mi ha preso più di una volta: naturalmente non è questione anagrafica né di meccanica ripetitività dei gesti. Al contrario è un senso di continuità con chi ci ha preceduto, un ripetere con spontaneità gli atti più antichi del mondo, come ripercorrere con nuovo stupore un sentiero già battuto da altri in altri tempi.

Grazie, emmelle.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: