Il tiepido Eros dei “Buoni Sentimenti”

8 Set

diecistanzeLe Dieci Stanze: Oxè Awards 2016, I migliori racconti erotici – AAVV – Damster – dove l’Eros si fa parola.

Tra pochi giorni si terrà la decima edizione degli Oxè Awards, la kermesse nella quale si premiano “i migliori racconti erotici dell’anno”. Da qualche edizione in qua la rassegna è ospite di Un Po di Eros, festival dell’erotismo che si tiene a Zibello, nella bassa parmense, nella seconda metà di settembre.
Come ogni anno, i racconti finalisti (quest’anno sono venti), sono raccolti in un’antologia che viene pubblicata in elettronico e in cartaceo dall’editore Damster prima della celebrazione del concorso. L’antologia del 2016, appena uscita nella versione elettronica (a brevissimo ci sarà anche il cartaceo) è l’oggetto di questa recensione.

E’ piuttosto difficile trovare un filo conduttore unico nei racconti di venti autori diversi, ognuno con un proprio stile, proprie tematiche preferite, personale approccio allo scrivere e allo scrivere erotico. Semmai si può abbozzare un confronto rispetto alle edizioni scorse, nel tentativo di ipotizzare la presenza di una qualche tendenza. Sarebbe comunque problematico capire se la tendenza può essere riferita alla letteratura erotica in generale, all’ambito degli autori che frequentano il sito di eroxè, o forse solo ai gusti di chi fa le selezioni.
Ciò premesso, l’impressione generale è quella di un complessivo ammorbidimento. Tra tutte le selezioni Oxè che ricordo (ne ho lette parecchie), questa mi sembra la meno peccaminosa, la meno trasgressiva, la più buonista.

Non c’è niente di male nei buoni sentimenti, intendiamoci. Ma sappiamo tutti che, piaccia o non piaccia, l’Eros brutto, sporco e cattivo è anche quello di gran lunga più intenso, gustoso ed eccitante. Non è una scoperta che faccio io. L’erotismo dovrebbe essere un tentativo artistico di trovare creativamente degli equilibri temporanei ed instabili tra queste realtà contraddittorie.

Naturalmente questo non significa che si debba raccontare sempre di sesso “brutto sporco e cattivo“, né che racconti imperniati su buoni sentimenti non possano costituire una lettura piacevole, se sono originali, ben congegnati e ben scritti. E pazienza se saranno meno “erogeni“.

Ho dedicato a ognuno dei venti racconti della raccolta qualche riga di recensione.
Prima di leggere l’antologia ho deciso che avrei selezionato i cinque racconti a mio giudizio migliori. Poi mi sono accorto che avrei voluto avere qualche “bollino blu” in più e ho dovuto fare qualche scelta difficile. Leggendo i commenti si capirà. Ma tutto va preso nello spirito del gioco. Vale la pena precisare che non faccio parte della giuria degli Oxè Awards, non so nemmeno chi ne farà parte, e quindi il mio personale giudizio non ha nessuna influenza diretta sull’esito del concorso.

Procederò secondo l’ordine con cui i racconti appaiono nel testo (perlomeno nella versione elettronica regolarmente acquistata di cui sono in possesso).

1) MARGHERITA – EROS di Leonarda Morsi

Una giovane donna traduce in italiano per una casa editrice i libri BDSM di un famoso scrittore erotico giapponese, e ne viene suggestionata e turbata. Il Maestro le suscita sentimenti contrastanti: trova che sia un “vecchio satiro” che approfitta della sua posizione per godere dei favori di svariate giovinette. Lo ritiene un “misogino“. Eppure è profondamente affascinata dall’universo di torture, sevizie, umiliazioni che lui sa evocare, sempre inflitte da un uomo autoritario e carismatico a donne dimesse, timide, passive, accondiscendenti.
In questo universo, che poi è lo stesso del racconto di Leonarda, viene rappresentata una strana mascolinità virtuale. Negli spezzoni dei romanzi giapponesi, così come nelle fantasie della protagonista, gli uomini non mettono mai in gioco il proprio corpo. Agiscono attraverso le fruste, le corde, altri strumenti o oggetti di tortura. Trasmettono la loro autorità con gli ordini, umiliano con le frasi espresse a voce. Ma potrebbero essere creature del tutto eteree.
Persino nell’incontro finale tra la protagonista e l’autore, lui garantisce che non intende toccarla. Poi in realtà un amplesso c’è, ma suona come una stonatura, qualcosa di fuori posto, liquidato in tre righe dall’autrice con un anodino e freddo “si slacciò i pantaloni ed entrò dentro di lei“, molto telegrafico in confronto alle dettagliate descrizioni di ogni minima fase del bondage cui lui sottomette la protagonista pochi istanti prima.
Ci si chiede se davvero le donne possano essere attratte fino in fondo da questa mascolinità astratta, da questi uomini totalmente privi di corporalità. Ma forse la domanda più giusta è un’altra: questi personaggi rappresentano degli uomini veri e propri, o non sono piuttosto solo fantasmi di archetipi che catalizzano paure e desideri dell’animo femminile?
Sicuramente è uno dei racconti più interessanti della raccolta, cui assegno senza esitazione il primo dei cinque bollini.

2) UNA FIABA EROTICA – Caterina Silvia Fiore

Un raccontino davvero modesto. Banale nella trama e nella costruzione, confuso e incerto nello svolgimento, sballato nel titolo, debole nella caratterizzazione dei personaggi e nella gestione emotiva dei momenti, insignificante nella componente erotica, scritto con un pessimo stile criptocolloquiale da chat, in prima persona e al presente, salvo passare al passato prossimo nel penultimo periodo, e a quello remoto nell’ultimo.
E’ un mistero come faccia un racconto del genere a essere inserito tra i 20 migliori racconti erotici dell’anno. A meno che chi si è occupato della selezione non si sia fatto intrigare dal nome femminile dell’autrice e dallo stile giovanilistico (non diciamo sempre che le nuove generazioni faticano a mettere due parole in croce?) e abbia pensato bene di provare a coinvolgere qualche nuova pulzella “fresca” nel giro.
Obiettivo che mi sento di condividere al 100%. La qualità letteraria è una bellissima cosa, ma vuoi mettere la figa? Se non fosse che, personalmente, non sono nemmeno convinto al 100% che chi ha scritto questo raccontino sia di sesso femminile.

3) LA SENSUALITA’ DI UN PRONOME – Plumcake

Sicuramente molto più femminile lo stile di questo racconto, che mostra una prosa molto elegante e curata. Purtroppo l’autrice cade in un errore abbastanza tipico, piuttosto grave per chi scrive erotismo. Non viene gestita l’intensità. Chi scrive narrativa, ma anche chi dirige un film, chi compone musica, eccetera, sa che l’intensità va sapientemente dosata nelle varie fasi, tipicamente con la tecnica del crescendo. Persino un cuoco che predispone un menù studia di iniziare coi sapori più delicati e sottili per poi passare gradualmente a quelli più decisi e forti.
Plumcake invece mette subito l’intensità a tavoletta, sin dalle prime righe. Alla protagonista femminile (che narra in prima persona) basta appena leggere, non dico il nome del tizio per cui stravede, ma anche il semplice pronome maschile “lui“, per sentirsi pervasa da emozioni e sensazioni estreme. Così l’autrice si scatena subito in ardite metafore, iperboli, ipotiposi. “…ogni sponda del mio essere…“, “…rompono gli argini con lacrime di frustazione…“, “…frange inaspettate che si allungano come tentacoli e sfiorano lo stomaco…“, “…mi togli l’aria, mi togli il respiro…“.
Se questa è l’intensità (non parlo tanto dei significati semantici, quanto proprio dell’intensità della prosa) che l’autrice usa per descrivere la protagonista che legge il pronome e poi il nome del tizio, cosa si potrà mai inventare per i momenti successivi? Quando il tizio si presenta nella sua stanza d’ufficio? Quando il tizio le si avvicina? Quando rimangono soli in ufficio man mano che gli altri colleghi se ne vanno? Quando succede quello che ovviamente deve succedere?
L’autrice cerca di mantenersi più o meno su quel livello altissimo di intensità. Ma tenere lo stesso livello di intensità per tutta la durata di un racconto fa perdere di efficacia, rende la lettura pesante, stanca e annoia il lettore. Così ci si ritrova così a scorrere il kindle chiedendoci “uffa, quanto manca alla fine?” proprio quando nel racconto cominciano a succedere le cose più interessanti.

4) GIOCHI D’ESTATE – Fantasypervoi

Fingendosi addormentato su una sdraio a bordo piscina, un uomo (voce narrante in prima persona) riesce ad assistere alle bollenti effusioni di una giovane coppia. Un racconto erotico molto tradizionale nell’impostazione e che riesce ad essere coinvolgente malgrado qualche piccola sbavatura narrativa qui e là. Ha l’indubbio merito di alzare la media di contenuto erotico della raccolta.

5) ASPETTARE – Damian Wild

Dai tempi di Histoire d’O fino ad arrivare alle famose Sfumature, abbiamo abbondantemente sdoganato l’idea che una donna possa avere fantasie di sottomissione e talvolta persino sperimentare con piacere esperienze reali di quel tipo.
Da qui a dare per scontato che una qualsiasi donna che si ritrovi nella borsetta un bigliettino con parole decise e autoritarie sia prontissima a correre da un lato all’altro della città per farsi torturare e seviziare, secondo me ce ne corre.
Si finisce per banalizzare e volgarizzare un ambito che invece è molto delicato e complesso nella vita reale, e andrebbe trattato di conseguenza anche nella fiction erotica. Peggio ancora, ne escono racconti poco convincenti. Nei limiti del possibile ai personaggi andrebbe dato un pizzico di spessore e di credibilità per rendere coinvolgente una storia.
E’ un peccato, perché Damian usa la penna abbastanza bene, e perché questo è uno dei pochi racconti della raccolta che riesce ad osare un po’.

6) ADORI QUANDO LEI SCAVALCA IL TUO CORPO – Faber

Ogni momento, ogni atto, ogni posizione erotica si porta dietro un universo di sfumature, di significati, di poesia. Il vero talento del Maestro dell’Eros è quello di saper cogliere tutto questo. Di far sgorgare dalla apparente banalità di un classico, gettonatissimo smorzacandela, per nulla estremo, per nulla esotico, per nulla acrobatico, una storia, una relazione, un sottile gioco di potere tra due persone.
Faber ottiene questo risultato facendo ampio sfoggio delle collaudatissime doti liriche che gli riconosciamo da lungo tempo. Il risultato è sicuramente notevole, la lettura scorre leggera e coinvolgente su un racconto-descrizione che si fa apprezzare anche per essere breve il giusto.
Anche questo è un racconto tra i miei cinque preferiti.

7) STELLA DI MARE – Itacchiaspillo

Sicuramente apprezzabile il solito stile ironico e disincantato dell’autrice, che rende sempre gradevole leggere quello che scrive, e direi anche il personaggio maschile, rappresentato in modo abbastanza vivido da ispirare una certa simpatia.
La trama però riesce ad essere nel contempo banale e poco credibile, così come ancor meno convincente è il personaggio di lei. Il tutto a svantaggio della parte erotica che finisce per risultare vagamente artificiale e non troppo coinvolgente.

8) TUTTI I SENSI TRANNE UNO – Alberto Guerra

Ostruire la vista aumenta la ricettività di tutti gli altri sensi. Non è un concetto del tutto nuovo e inedito, lo ritroveremo anche nel racconto successivo. In più lo stesso escamotage mette una persona nelle condizioni di fare sesso con un partner o una partner di cui ignora l’identità e di cui non vede le fattezze.
Sono entrambi spunti ampiamente frequentati nell’immaginario erotico (e anche, perché no, della pratica reale).
In questo racconto il protagonista incontra una donna conosciuta on line per un bollente incontro in macchina. Si vedono in un parcheggio buio, lei scende dalla propria macchina col viso coperto, sale nei posti dietro della macchina di lui, lo benda. Da lì si comincia.
Alberto è un autore che non si fa pregare per scrivere lunghe descrizioni erotiche, momento per momento, dettaglio per dettaglio, atto per atto, orgasmo per orgasmo. Va apprezzato per questo, perché non è facile (quanti autori prefersicono tirare via…), e perché lo sa fare piuttosto bene. Anche in questo racconto.
In un racconto bendato il colpo di scena finale ci sta sempre bene. E anche da questo punto di vista Alberto risponde “presente“.

9) IL SAPORE DEL BUIO – Ashara

Le cene al buio esistono davvero! Pensavo fossero solo un prodotto della vivace fantasia dell’autrice, invece le ho trovate googlando, e sono proprio come le descrive Ashara, con tanto di camerieri non vedenti a servire (particolare che mi era sembrato davvero incredibile!).
L’idea di ambientare in una situazione del genere un racconto erotico può esserle sembrata sfiziosa, ed effettivamente a prima vista lo è. Poi però quando si va a elaborare ci si accorge che i margini di manovra sono abbastanza ridotti. Una volta scartata l’idea dell’orgia totale al buio del tipo “ndo cojo cojo” (coi camerieri ciechi che inciampano sulla gente che scopa sul pavimento, il minestrone che si versa… no, dai, non si può…), una volta scartata anche l’ipotesi di una cosa particolarmente elaborata dal punto di vista delle evoluzioni erotiche, non rimaneva che la soluzione della seduzione soft foriera di futuri sviluppi.
Al netto della inevitabile (date le premesse) penuria di carnazza, Ashara svolge il racconto con la consueta maestria e il risultato è abbastanza riuscito.
L’unica cosa che mi convince poco è una certa contraddittorietà nella caratterizzazione del personaggio maschile. Viene presentato come “quello serio… quello che non balla e che non esce mai con nessuna“. Invece si dimostra un seduttore audace, abile, sicuro, navigato. Dice le cose giuste nel modo giusto e fa le cose giuste al momento giusto. Repentina trasformazione? O forse è l’effetto dei buoni sentimenti imperanti assegnare la parte a un bravo ragazzo piuttosto che a un donnaiolo incallito, a costo di forzare un po’ la coerenza del personaggio?

10) FOTOGRAMMI BRUCIATI – IlBiancoEIlNero

Racconto breve. Venti secondi per leggerlo. Dieci secondi per dimenticarlo.

11) LA RINASCITA TRA LE SUE COSCE – Andrea Lagrein

Un trito luogo comune vuole gli uomini molto predisposti a separare l’esperienza erotica da ogni tipo di coinvolgimento emotivo e sentimentale, e a farne un fatto solo fisico. Personalmente non sono convintissimo che le cose stiano esattamente in questi termini.
In questo racconto però, in piena conformità al clima di buoni sentimenti, andiamo all’estremo opposto: il protagonista è un po’ troppo problematico, per di più in un modo che trovo davvero poco convincente. E’ un uomo separato da poco che passa le giornate “tra le cosce di mignotte albanesi e visi di ragazze da una notte“, ma non riesce a liberarsi dal ricordo ossessivo della sua ex moglie, Giulia. Va bene, direte, ci sta. Un uomo può restare a lungo legato al ricordo di una donna che ama. Il problema è che lui questa donna, come scopriamo leggendo il racconto, non la ama e non l’ha mai amata. L’ha sposata per inerzia. L’ha desiderata carnalmente, all’inizio del loro rapporto, ma poi nemmeno più quello, al punto che la moglie lo apostrofava come gay e si faceva riccamente scopare da altri. Fino ad arrivare a cacciarlo da casa a calci in culo.
Ora mi chiedo: se una donna non la ami, non la desideri carnalmente, lei ti tratta a pesci in faccia, di cosa puoi essere ossessionato?
Poi c’è l’altra donna, Vanessa. Quella che lui ha sempre segretamente amato, che lui ha sempre desiderato e desidera carnalmente. Lei ricambia sia l’amore che il desiderio, lo invita a pranzo, gliela sbatte in faccia e lui, plonk, si ammoscia. Perché? Perché si sente preda di un “dilemma interiore” per il fatto di tradire Giulia. Ma stiamo scherzando? Ma quale tradire? Ma dilemma de che? E quando ti fottevi le “mignotte albanesi” e le “ragazze da una notte“?
Va bene. Può darsi pure che sia io il pezzo di ghiaccio senza cuore e che dovrei vergognarmi a mancare di rispetto verso gli struggimenti di un personaggio con tanta delicata sensibilità e tanti buoni sentimenti. Ma resta il fatto che la lettura del racconto è una pena. Nel presente del racconto lui è a casa di Vanessa, ma l’azione procede a strappi, continuamente spezzettata da ricordi in flashback di momenti con Giulia, e soprattutto da piagnucolose e tormentate riflessioni e rimuginazioni: amavo Giulia o non l’amavo? E quanto l’amavo? Mi manca o non mi manca? Quanto mi manca? Una vera lagna!
So benissimo che una giuria potrebbe arrivare al punto di pensare che la lagna nobiliti l’eros e decidere di conseguenza. Non ne sarei sorpreso e vi assicuro che ne ho viste di peggio. Il mio giudizio, per quel poco che conta, dovrebbe essere chiaro.

12) MARIA MAREA – Valter Padovani

Confesso che per un attimo ho pensato di essere incappato in uno dei tanti racconti PFDC, che ho vagamente in antipatia. I racconti PDFC sono quei racconti in cui c’è un protagonista maschile che si imbatte del tutto casualmente in una strafiga disponibilissima, senza fare il minimo sforzo per procacciarsela, e se la fotte di gusto. Ce ne sono un paio anche in questa raccolta.
Procedendo nella lettura invece il racconto mi ha catturato sempre di più e sono arrivato alla fine decisamente affascinato. L’architettura della trama è abbastanza semplice, Valter si è superato soprattutto nel creare abilmente l’atmosfera. Il mare di bassa stagione, non più invaso dai turisti, ma restituito alla gente del luogo. Spiagge nascoste, barche di pescatori, antiche leggende marinare. Sembra davvero di respirare quei profumi e di sentir scrosciare le onde in sottofondo.
Una postilla avverte che questo racconto trae l’ispirazione e il titolo da un pezzo dei Pooh. Per evitare di inquinare l’effetto del racconto in assoluto ho preferito non risentirlo.
Anche questo racconto è tra i miei cinque preferiti.
Dimenticavo: PFDC sta per “Piove Fica Dal Cielo“.

13) REAZIONE ALLA PRIVAZIONE DELL’EQUILIBRIO – Emily Hunter

Uscita da poco (e, si intuisce, amaramente) dalla relazione con un ragazzo, la protagonista decide di festeggiare il proprio compleanno invitando a casa propria due amiche di chat tra cui sa che c’è del tenero anche se abitano distanti (tra di loro e anche dalla protagonista). L’idea è quella di abbandonarsi a un weekend di selvaggi piaceri saffici. Inediti per lei, ma non per le due amiche.
La lettura è piuttosto gustosa. Si respira l’aria di amicizia, affetto, complicità e intimità che c’è tra le tre ragazze (buoni sentimenti a go-go), e c’è anche un bel po’ di calda sensualità.
Non è impossibile dare una chiave di interpretazione più simbolica di questo racconto. Dopo la brusca chiusura di una relazione con un uomo, può capitare che una donna senta il bisogno di immergersi in un contesto di femminilità assoluta per ritrovare la propria identità, la propria essenza, la propria forza. O il proprio equilibro, come suggerisce il titolo.

14) SENZA LUCE – Liviana Rose

Abbiamo qui un altro esempio di uomo problematico, ma stavolta molto più credibile e riuscito.
Un viveur cinquantenne sta dirigendosi verso casa con la sua ultima conquista, dopo la cenetta di rito al ristorante, quando la suggestione contemporanea di un lungo ponte da attraversare in macchina nel buio e delle note di un pezzo immortale dei Procol Harum lo sorprendono a difese abbassate e lo costringono ad affrontare dubbi e ricordi. Forse persino a dare un senso diverso a quella serata con quella donna. In un certo senso vive un’esperienza di redenzione, e i buoni sentimenti fioccano.
Ottimo racconto, come ci si aspetta tipicamente da Liviana.

15) CAFFE’ DEGLI ARTISTI – Stella Maris

Tra un cliente e l’altro una prostituta si prende una pausa scendendo al bar sotto casa a farsi un marocchino (dovrebbe dirsi così, mi sembra, e non “caffè marocchino” come nel racconto). Passa così un’oretta immersa tra ricordi, riflessioni, osservazioni sugli altri avventori del bar.
E’ il racconto della raccolta per il quale ho faticato di più a portare a termine la lettura. Non succede niente dall’inizio alla fine: c’è solo questo chiacchiericcio sconclusionato, saltellante di palo in frasca, nel quale non ho trovato nulla di interessante. Si tenta qualche riflessione sul “mestiere“, ma senza spunti degni di nota e con qualche luogo comune di troppo.
Un pezzo del genere può andar bene, al limite, come capitolo di un romanzo, quando serve una sosta negli eventi, o c’è l’esigenza di tratteggiare un personaggio. Un racconto in cui non succede nulla per i miei gusti vale poco.

16) L’ALTRA – Antonella Aigle

E’ la storia di una donna che si trova in una situazione emotivamente difficile, ma non per questo priva di adeguate “ricompense”. La struttura del racconto è originale, ma l’ho trovata molto azzeccata: piazza all’inizio le infuocate descrizioni erotiche e termina invece con una specie di sfogo, pieno di coraggio e di passione e, se vogliamo, anche piuttosto trasgressivo nei contenuti (finalmente!), o perlomeno fuori dai canoni del comune benpensare (e alla faccia dei buoni sentimenti!)
Nessuna sbavatura nello stile e nei ritmi, né all’inizio né alla fine. Grande capacità di coinvolgimento, di colpire al cuore. Complimenti Antonella!
Questo racconto entra sicuramente nei miei cinque preferiti. E siamo a quattro.

17) AUTOSTOPPISTA – Michele Cogni

Conoscendo Michele, non era difficile immaginare, mentre leggevo, che questo apparente racconto PFDC avrebbe avuto il colpo di scena finale e magari anche un pizzico di noir, entrambi suoi marchi di fabbrica. Noto di sfuggita che questo è l’unico tocco di noir dell’intera raccolta, e anche questo è dettaglio che colpisce rispetto alle edizioni precedenti, in cui l’erotismo noir era abbastanza diffuso.
Tutto è svolto con la collaudata abilità.
Mi sono chiesto, un po’ oziosamente, se dovendo scrivere un racconto con la stessa trama non sarebbe stato meglio inserire qualche elemento di atmosfera noir sin dall’inizio: notte, nebbia, temporale, vento che sibila. Probabilmente io lo avrei fatto.
Da un certo punto di vista si potrebbe sostenere che facendo come Michele il colpo di scena coglie maggiormente di sorpresa. Da un altro punto di vista, fare nell’altro modo sarebbe un po’ come la musica di sottofondo nei film thriller: quella che annuncia che sta per succedere qualcosa di spaventoso, anche se in diretta sembra tutto calmo e tranquillo.

18) MAS… TURBA… AZIONE – Fran Za

Una donna si dà piacere da sola, attingendo con la mente a situazioni passate. Prima a un’esperienza etero, poi a una tra donne. Quest’ultima sembra funzionare meglio per lo scopo richiesto.
Non c’è molto altro, e oggettivamente è un po’ pochino. Le due storie che la protagonista rievoca sembrano avere qualche spunto interessante, ma proposte attraverso lo schermo della protagonista che si tocca vengono un po’ “distanziate” dal lettore e perdono di efficacia.

19) INDELEBILE – Roxyb

Sarebbe da copiare e incollare quello che ho scritto più sopra per “Fotogrammi Bruciati“. Ma forse questo racconto lo si dimentica anche prima di dieci secondi.

20) VINCERE LA PAURA – Olympia Fox

Una storia bellissima e commovente che ha per protagonisti un grandissimo uomo e una donna ancora più grande.
Forse è il racconto della raccolta più paradigmatico dei buoni sentimenti di cui ho parlato all’inizio. Ma, ripeto, questo non corrisponde a una condanna.
Tutt’altro. Il racconto è scritto con maestria, senza enfatizzare eccessivamente gli aspetti più toccanti e potenzialmente strappalacrime, ma mantenendo una delicata leggerezza per tutto lo svolgimento, persino con qualche tocco di ironia qua e là, e una certa dosata effervescenza nei momenti erotici.
Ottima prova per Olympia. E’ il quinto racconto che inserisco nei miei best.

Se riuscirò a venire a capo di un paio di imprevisti dell’ultimo momento, il 17 e il 18 sarò a Zibello per il Festival dell’Eros e ovviamente per assistere alla premiazione degli Oxè Awards. Sarà un grande piacere incontrare le autrici e gli autori che saranno presenti. Molti di essi sono vecchie conoscenze, e sarò disponibilissimo ad approfondire il discorso sui singoli racconti, se vorranno. O se preferiscono, a berci un bicchiere insieme senza prenderci troppo sul serio. A presto!

IL BDSM TRA ISTINTO E RAGIONE

13 Mar

download

ROSSA COME IL FUOCO – Antonella Aigle – Damster Ed.

Cecilia è una ventenne inquieta, ribelle, stanca dell’esistenza patinata, ma vuota, che la sua ricca famiglia milanese vorrebbe per lei. Un padre assente, una madre più interessata a mantenere le apparenze che a capire di cosa la figlia ha realmente bisogno, dopo l’ennesima bravata, la ragazza viene mandata ‘in punizione’ dalla zia Lena, sorella della madre, che vive da anni con il marito e i due figli in un paesino della costa adriatica.

Cecilia deve così abbandonare la sua vita effimera e monotona per lasciare il posto a quella piena e concreta che l’attende a casa di Lena, donna solare, pragmatica, in grado di responsabilizzare la ragazza attraverso lavori manuali e regole di convivenza familiare.

Libera dal pesante giogo della madre, Cecilia scopre piano piano nuove opportunità di crescita personale, una maggiore autonomia di azione e una nuova cerchia di amici.

Qualcosa, però, cova sotto la superficie e turba Cecilia: qualcosa di cui nemmeno lei è pienamente consapevole e che ha a che fare con le relazioni con l’altro sesso. Abituata a usare gli uomini per piacere personale, è tuttavia condannata a continue frustrazioni a causa di incontri fugaci che la lasciano insoddisfatta.

Solo l’incontro con Paolo, ristoratore della zona e collezionista di giovani artiste che intrattiene con l’arte della dominazione sessuale, riuscirà a far emergere e dare sfogo all’io più intimo e nascosto di Cecilia.

Sono tre gli aspetti che danno struttura e corpo al romanzo e che ho particolarmente apprezzato:

  • Il ritorno alla vita di Cecilia dopo ‘l’esilio forzato’ lontano da casa: le nuove abitudini familiari, il lavoro nel negozio di zia Lena, le nuove amiche e l’opportunità che una di esse, Melissa, offre alla protagonista quando le chiede di posare per la sua mostra fotografica.La Aigle, ancora una volta, ci offre uno scorcio della vita di paese, quel piccolo borgo della costa abruzzese dove tutto ha avuto inizio e dove tutto continua. Un omaggio, l’ennesimo, alla terra tanto amata dall’autrice, quella che le ha dato i natali e che il lettore ha ormai imparato ad amare. Ogni pagina dell’autrice trasuda quel sentimento d’amore viscerale, che permea tutto, dalla mansarda arredata in cui dorme la protagonista, al negozio di fiori, al locale dove passa le serate in compagnia delle amiche.
  • La presenza del parallelismo e del confronto fra due generazioni diverse: in ‘Ultima fermata in Paradiso’ i figli adolescenti della coppia protagonista aspiravano a diventare come i loro modelli familiari adulti, in ‘Rossa come il fuoco’ è Lena, la zia di Cecilia, a rispecchiarsi nei turbamenti giovanili della nipote. Lena è una Cecilia adulta, anche lei fuggita dalla vita pomposa ed effimera dei salotti milanesi per (ri)trovare se stessa, e finalmente rinascere, nel piccolo paesino sul mare dove ha incontrato e sposato l’uomo della sua vita: Enzo. Il rapporto d’amore con il marito poggia su un’intensa relazione sessuale basata sulla dinamica dominazione/sottomissione. Enzo e Lena sono due persone con bisogni opposti, ma complementari, che solo incontrandosi sono riuscite a trovare l’armonia perfetta. Lena si rispecchia in Cecilia, ne riconosce le pulsioni giovanili e l’istinto, ne rappresenta la naturale evoluzione all’interno di un rapporto di coppia equilibrato, dove ogni metà appartiene a se stessa, prima che all’altro. Il concetto di ‘appartenenza’, come ce lo descrive la Aigle attraverso le parole di Cecilia, non è qualcosa che fa parte di un destino ineluttabile al quale i protagonisti sono costretti a cedere, bensì una scelta consapevole da parte di individui altrettanto consapevoli dei loro bisogni, delle loro pulsioni, ma anche del loro valore come singoli al di fuori della relazione di dominanza/sottomissione.
  • Il ruolo del protagonista maschile nella storia: Paolo è un dominatore credibile, distaccato quanto basta, un uomo che non perde la testa solo perché innamorato. La sua figura rimane volutamente sullo sfondo, senza togliere la scena a Cecilia, e questo è, a mio avviso, uno dei segreti della buona riuscita del romanzo. In ‘Rossa come il fuoco’ non troviamo il solito cliché del dominatore claustrofobico, che finisce per stalkerizzare la sua sottomessa, controllandone ogni aspetto della vita (giustificando poi le proprie azioni perché mosse da un sentimento d’amore). Nel libro, Paolo, pur innamorato, non cambia la sua personalità, ma rimane coerente con se stesso e con Cecilia

‘Rossa come il fuoco’ è un romanzo scorrevole, piacevole e tutto italiano.

Consigliato.

 

In nome della passione: la sottomessa mena le danze

21 Set

morsi

“La colpa sulla pelle” di Leonarda Morsi – Ed. Damster

Negli ultimi tempi c’è stato un proliferare di opere di letteratura erotica la cui trama è sintetizzabile in questo modo: Una donna incontra un uomo che la introduce a una relazione di tipo dom-sub. Si tratta probabilmente, in gran parte, anche di una conseguenza del grande successo commerciale delle famose “sfumature“.

Di solito in queste opere la protagonista è una donna pura e innocente, la cui unica colpa è quella di invaghirsi di un uomo bellissimo, affascinantissimo, strafighissimo (e, cosa che non guasta, straricchissimo) il quale però ha una psiche tormentata che lo rende incline a certi vizietti sadomaso, ai quali per amore (solo per amore) la candida donzelletta si presta.
Un’impostazione da favoletta rassicurante che probabilmente non è l’ultima tra le ragioni del successo che le “sfumature” hanno ottenuto presso un certo tipo di pubblico (soprattutto femminile e sostanzialmente conformista e puritano).

Nel romanzo breve “La colpa sulla pelle” di Leonarda Morsi, oggetto di questa recensione, la protagonista è Barbara, quarantenne sposata, senza figli, con un un ottimo lavoro. Un giorno, all’improvviso, Barbara riceve un invito a cena da un certo Alberto che intende instaurare con lei una relazione pregna di elementi di dominazione/sottomissione. Barbara accetta l’invito a cena, e anche tutto il resto.

Siamo in presenza dell’ennesima rilettura (o, peggio, scopiazzatura) delle “sfumature“? La trama appena descritta potrebbe farlo sospettare. Se non fosse che ci si accorge presto che questo testo non si presta facilmente a una lettura troppo superficiale. Quelle che a prima vista possono sembrare delle stranezze, delle deroghe dalla logica più stretta del plot per come si delinea sin dall’inizio, presto compongono insieme un disegno dotato di un proprio senso compiuto. L’ennesima storia della donna che incontra l’uomo che la introduce al BDSM è in realtà solo una maschera, sotto cui si nasconde un’altra cosa.

Prendendo in prestito le parole della sinossi, possiamo dire che questo romanzo è soprattutto il viaggio di una donna “alla scoperta di se stessa, della propria natura, delle proprie perversioni“. Un viaggio sostanzialmente interiore.

Il punto di partenza di questo viaggio è in un elemento fondamentale: la passione. In un brano del testo che potrebbe essere scambiato per un semplice riempitivo, ma credo invece sia un passaggio chiave per l’interpretazione complessiva del romanzo, Barbara assiste a una discussione tra la suocera e la giovane cognata. La suocera sostiene, in sintesi, che la passione è cosa per donnette giovani, mentre una donna nel pieno della maturità, una volta acquisito uno status sociale, un’indipendenza economica, e una situazione di stabilità famigliare dove non manchi affetto, vicinanza, supporto, non ne ha nessun particolare bisogno.

Barbara, pur non intervenendo in prima persona alla dicussione, si ribella a questa idea. Secondo lei una donna, anche se non più giovanissima, anzi forse a maggior ragione, non può accontentarsi di tutto ciò. Non può limitarsi a crogiolarsi nel benessere e nella normalità per sentirsi davvero paga e soddisfatta. Al contrario è inevitabile che senta il bisogno impellente di provare passione, di vivere passione, di passare attraverso emozioni intense e sconvolgenti, e quindi di desiderare persone, situazioni ed esperienze che possano generarla.

Barbara sente il bisogno di una relazione con un uomo che non sia inscrivibile negli schemi dell’amore classico, quello finalizzato al “vissero insieme felici e contenti“, che può andare benissimo ad altre fasce di età, ad altre situazioni e a tante altre opere letterarie pseudoerotiche e molto “rosa“. Sente il bisogno di qualcosa che sia di un diverso livello, più intenso, più estremo e totalizzante, per poter accendere questa “passione“.

E’ questa fame insaziabile di “passione” a generare come risposta (ma è solo una delle risposte possibili) l’inclinazione verso esperienze di sottomissione. Un’inclinazione che non nasce quindi da una voglia masochistica di dolori e umiliazioni fini a se stesse, ma dall’anelito di vivere un’esperienza di unione che rompa gli argini e le regole, piegandole alle esigenze di un appartenersi totale, di un donarsi totale, di un viversi reciproco senza limiti e senza confini anche nell’interazione fisica ed erotica.

Una volta compreso tutto questo, la lettura del romanzo prende una piega particolare. Il personaggio di Alberto e tutte le esperienze che Barbara vive con lui, vanno interpretate come se in qualche misura non fossero veri personaggi ed esperienze ma mere proiezioni delle pulsioni, dei bisogni insoddisfatti e dei desideri della protagonista. Una maschera, come dicevo sopra, del vero contenuto. Personalmente ho trovato piuttosto affascinante attraversare le pagine del romanzo, distinguendo i momenti (rari) in cui l’autrice cerca di dare concretezza e spessore alla maschera, e quelli, (abbondanti), in cui lascia scivolare più o meno consapevolmente indizi per far capire a chi legge che appunto si tratta di una maschera sulla quale non fossilizzarsi oltremisura.

A soffrire di questa doppia lettura, dal punto di vista letterario, è sicuramente il personaggio di Alberto, schiacciato da un lato dall’obbligo di rivestire la parte dell’uomo autoritario e dominante nei confronti di Barbara, dall’altro da una realtà che lo vuole proiezione, e quindi in un certo senso marionetta, dei desideri (vulcanici e tumultuosi, spesso quindi anche incoerenti e contraddittori) della protagonista.

Il nostro povero Alberto è davvero un pianto sin dal suo primo apparire. Ne combina di tutti i colori. Il primo messaggio che scrive alla protagonista inizia così: “Gent.ma Direttrice, anzi, gentilissima Barbara“, tanto per chiarire da subito il suo essere uomo tutto d’un pezzo, senza sbavature e indecisioni. Poi le regala abiti e scarpe dello stesso negozio che Barbara dirige, scelta che personalmente trovo, se non di pessimo gusto, perlomeno piuttosto rischiosa. Ma ciò che troviamo più clamoroso come indizio è che Barbara nel parcheggio del ristorante del loro primo incontro, prima ancora di incontrarlo, già stia fantasticando le emozioni intense e totalizzanti di un rapporto di dominazione e sottomissione, quando fino a quel momento Alberto non aveva fatto altro che invitarla galantemente a una semplice cena. Quanto basta per capire immediatamente quanto il presunto padrone dominante conti in realtà zero mentre tutto quello che succede dipenda esclusivamente dai desideri di Barbara.

Per tutto il romanzo Alberto ha nei confronti di Barbara un atteggiamento ossequioso e reverente, quasi da maggiordomo. Le si rivolge chiamandola “Mia signora“. Ogni tanto, per ottemperare a quanto richiede la maschera, fa un gran parlare in astratto di “regole” di “punizioni“, che poi restano sostanzialmente lettera morta. In ogni caso, per ogni volta che, per onor di firma, gli sfugge di dire qualcosa da Master (non posso fare a meno di immaginarmi Nanni Moretti che lo implora: “Alberto, di’ qualcosa da Master“), non manca mai di precisare ripetutamente che non sarà fatto niente che non sia nei desideri di Barbara.

Anche nei momenti erotici capita più di qualche volta che sia Barbara a prendere l’iniziativa, in barba al suo ruolo di sottomessa. Per inciso, la fellatio a bordo piscina descritta nel quinto capitolo è davvero un pezzo da urlo, dividendo i meriti tra Barbara che la realizza e l’Autrice che la descrive (entrambe, non a caso, bolognesi).

Andando a stringere, l’unica vera regola tra i due è quella che impone ad Alberto di non contattare Barbara di propria iniziativa. E’ sempre Barbara a cercare lui, in funzione dell’eterno conflitto tra le proprie pulsioni e i propri sensi di colpa, nonché delle occasioni per sgaiattolare via da casa che le offrono i movimenti del marito. Quando Barbara decide di andare a nuotare nell’enorme piscina coperta della megavilla di Alberto, entro breve lui si presenta, ogni volta precisando “Ho disdetto un importante impegno di lavoro per stare con te, Mia Signora“. In altre parole: Barbara tira un cordone di stoffa, e Alberto prontamente si presenta con un inchino per mettersi agli ordini. Siamo piuttosto lontani dall’ortodossia di un rapporto dom-sub.

Tutte queste critiche nei confronti dell’incoerenza e dell’inconsistenza letteraria del personaggio di Alberto, è importante chiarirlo, sarebbero doverose solo restando ancorati a una lettura superficiale del testo. Leggendo con maggiore profondità è invece interessante e affascinante osservare come la fame di passione di una donna possa generare tali desideri contraddittori da essere quasi impossibile immaginare una figura maschile che riesca a incarnarli e realizzarli compiutamente. Quello che Leonarda ci sta dicendo è che una donna, anche se incline ad esperienze di un certo tipo, potrebbe non desiderare il tipico master ortodosso. E più facile che si aspetti un uomo che dovrebbe essere a un tempo padrone e schiavo, autoritario e servile, implacabile e tenero, feroce e delicato, eccetera eccetera. Quindi il problema non si esaurisce sul piano letterario, e anzi ci sentiremo di spezzare a favore del povero Alberto una piccola lancia.

Andando oltre la figura maschile, anche le situazioni che Barbara vive, o se preferite proietta, appaiono piuttosto interessanti. In particolare mi ha colpito la grande villa dove Alberto la porta nel capitolo sesto. E’ una delle tante declinazioni, sia pur con sfumature diverse, dell’archetipo della Villa di Roissy dell'”Histoire d’O“. Sembra che una coppia che viva nell’intimità un rapporto sub-dom senta spesso l’insopprimibile anelito di trovare (o di immaginare) un contesto “sociale” dove esportare pubblicamente la propria situazione e quindi in qualche modo cristallizzarla. Insomma un contesto in cui sia normale, addirittura obbligatorio, che le donne siano schiave dei propri padroni (così come esistono ovviamente, nell’immaginario e non solo, contesti analoghi di segno opposto). Ovviamente le situazioni e le regole all’interno di questa villa sono abbastanza estreme e fuori dalle righe, se prese alla lettera e non lette (come al solito) come proiezioni di un immaginario. Va aggiunto che questo passaggio è l’unico in cui la scelta di narrare al presente sembra giustificata dall’esigenza di dare una patina straniante e onirica all’atmosfera complessiva.

Volendo andare alle conclusioni direi che, una volta saputa individuare la giusta chiave interpretativa, questo romanzo di Leonarda Morsi si rivela estremamente interessante, istruttivo, e coinvolgente. C’è molta profondità, molta verità spesso anche scomoda, su cui riflettere, ad accompagnare dosi più che accettabili di eros. L’Autrice ha una penna scorrevole e abile nel saper evocare situazioni ed atmosfere, al punto da non rendere troppo faticosa per chi legge la prosa al presente (scelta forse non completamente giustificata). Forse dovrebbe essere un po’ più esplicita e coraggiosa in qualche scena erotica per aiutare il lettore a capire cosa succede in modo più immediato, cosa che non sempre riesce.

Consiglio l’acquisto di questo libro senza alcuna esitazione.

La prima uscita delle Staroccate, tra modelli taroccati e polveri bagnate

13 Apr

staroccateBagnami – Le Staroccate – Damster Edizioni

Le Staroccate sono un gruppo di otto amiche che condividono l’hobby della scrittura erotica. Hanno stretto amicizia durante la collaborazione alla raccolta di racconti “Arcani Maggiori Vietati ai Minori” (da qui il nome di “Staroccate“) e hanno creato un gruppo segreto su Facebook all’interno del quale, secondo quanto riportano varie leggende metropolitane, le Nostre si confidano vicendevolmente, senza veli e senza pudori, le proprie esperienze intime, le proprie pulsioni, le proprie fantasie inconfessabili e i propri desideri erotici. Sembrerebbe, dicono le leggende, che tra esperienze, pulsioni, fantasie e desideri, le nostre tocchino vertici di trasgressione estremi e inarrivabili.

Era prevedibile che in un gruppo di scrittrici aleggiasse l’idea di pubblicare qualcosa insieme. Ed era inevitabile che prima o poi arrivasse lo spunto intorno cui costruire una raccolta di racconti.

Sempre secondo le leggende metropolitane che circolano (da prendere, come tali, con le molle) una di loro un giorno avrebbe, condizionale d’obbligo, pubblicato sul gruppo la foto di un modello superfigo nudo (ebbene sì, pare che in quel gruppo segreto succeda anche di questo!) con ogni probabilità con muscoli, zigomi e attributo sessuale debitamente taroccati con Photoshop, come per il 99% di foto del genere circolanti in rete. Questo modello nella foto era tutto gocciolante, come se appena uscito da una nuotata in piscina o da sotto una doccia. A vedere tanta bellezza mascolina, sia pur taroccata con Photoshop e non proprio genuina, un’altra staroccata avrebbe commentato, in tono estasiato, e con tanto di iconcine con gli occhi a cuoricino, “Oh, sì, bagnami!

Sarebbe stata quella, si dice, la scintilla creativa per il titolo e per l’idea di base della collaborazione letteraria collettiva: una raccolta di racconti in ognuno dei quali comparisse un elemento liquido, associato a una o più scene erotiche. Da questa base sarebbero scaturiti i sette racconti che compongono la raccolta che stiamo recensendo. L’ottava staroccata, Fede D’Ascani, vincolata contrattualmente con altro editore, si è limitata a scrivere la prefazione.

In realtà in tutti i racconti, tranne uno, l’elemento liquido non è che abbia tutta questa fondamentale centralità. Probabilmente vale la pena leggere ogni racconto senza star lì a chiedersi quale sia il liquido magico come se fosse un indovinello. Meglio leggere e basta.

Prima di entrare nello specifico dei singoli racconti, si può fare qualche considerazione di carattere generale sulla raccolta. Il livello letterario medio è assolutamente soddisfacente. Le Staroccate sono tutte autrici piuttosto in gamba, e sicuramente la motivazione complice di fare una bella raccolta, così come quel pizzico di inevitabile rivalità per cui nessuna ha voluto sfigurare rispetto alle altre, hanno spinto ognuna di loro a impegnarsi per offrire il proprio meglio.

Da un altro punto di vista però sono rimasto un po’ deluso. Mi aspettavo un contenuto di eroticità e di trasgressione in linea con le leggende metropolitane relative ai contenuti bollentissimi delle confidenze di quel gruppo segreto. Invece, nella media, siamo in presenza di raccontini piuttosto timidi e soft. Ben quattro racconti su sette (quattro e mezzo, in realtà, ma ci torniamo dopo), sono costruiti intorno a una Grande Storia d’Amore, di cui il sesso è solo un componente, per quanto importante. Non ho niente di personale contro i Grandi Amori, ci mancherebbe altro, ma in generale questo approccio romantico e politically correct non è certo quello che rende piccante e interessante la lettura di un racconto erotico. Dal punto di vista dell’effetto erogeno, della carnazza (come si usa dire nell’ambiente, con delicata metonimia), questo “Bagnami!” ha invero le polveri un po’ bagnate.

Le singole autrici, prese singolarmente, sono ben capaci di immaginare e di scrivere qualcosa di più audace e trasgressivo. Mi chiedo allora se il lavorare insieme, tra sole donne, non abbia agito paradossalmente come freno inibitorio. Forse nel chiuso del gruppo ci si scatena senza freni, ma dovendosi presentare tutte insieme al pubblico ha prevalso la tendenza a mostrarsi, in senso figurato, ognuna con l’abito buono.

Apre la raccolta “Il richiamo dell’acqua” di Martina Mars. Diego e Sara sono in vacanza: una vacanza di quelle non programmate, dove giorno per giorno si decide cosa fare, se restare dove si è o scegliere sul momento una nuova meta. Una situazione che già di per sé crea quella piacevole sensazione di libertà, di sospensione delle rigide regole della routine quotidiana.
In viaggio verso i laghi della Slovenia, i due raccolgono una coppia di giovani autostoppisti tedeschi: Andrea (la donna) e Jochen, i quali, come scopriremo presto, sono una coppia che pratica il sesso libero, concedendosi la reciproca libertà di rapporti con altri partner.
Quello che succederà in seguito non è difficile da immaginare, nelle linee generali. Ma è invece tutt’altro che banale e scontato il taglio che Martina dà allo svolgimento dei fatti. Ho apprezzato molto il fatto che l’autrice abbia saputo svincolarsi da quella certa ortodossia pornografica che sposa il dogma per cui si debba scopare allegramente, sempre, comunque, dovunque e con chiunque. Pur non essendoci nel racconto nessuna forma di censura, nemmeno tra le righe, per le scelte libere della coppia di tedeschi, si lascia chiaramente intendere che quella non debba essere considerata una strada obbligata che va bene per chiunque, e che in certi casi è molto meglio evitare. Il Grande Amore tra Diego e Sara, per fortuna, ne esce indenne.
Un’impostazione coraggiosa e originale da parte dell’autrice, che però avrei apprezzato ancora di più in altri contesti. Invece in questa collezione dove, tutto sommato, la trasgressione è merce piuttosto rara, sembra dare il là a una certa inclinazione vagamente puritana che poi resta confermata.

Camille Bordeaux, con “Lacrime dal cielo“, si conferma nel suo stile molto patinato. Situazioni e personaggi non sembrano usciti dalla realtà ma presi in prestito da altri romanzi. Come per esempio la protagonista, giovanetta un po’ discola, che frequenta locali notturni, beve un po’ troppo, e come l’amico del fratello, sei anni più grande, che su incarico del fratello stesso (assente) deve farle un po’ da tutore per evitare che finisca nei guai. Ovviamente è lo stesso amico che insieme al fratello le faceva i dispetti quando lei aveva cinque anni, e di cui già da allora lei era segretamente innamorata. Dettaglio, come si vede, molto più da romanzone rosa o da telenovela, che da “hard boiled school” erotica.
Basta leggere le prime cinque righe e si capisce già che tra i due nascerà un Grande e Commovente Amore, quindi non c’è molta suspance nella narrazione. Tuttavia il racconto si legge piacevolmente, scorre con eleganza, e il momento erotico sotto la pioggia che sancisce l’inizio di questo Grande Amore riesce a essere abbastanza suggestivo, pur se non strepitosamente eccitante.

Nel racconto di Franz Za, “Ricordati di dare l’acqua alle piante“, la protagonista, Elena, è una 45enne che riscopre i piaceri del sesso dopo un lungo matrimonio e una separazione, dalla quale era uscita convinta di essere (prematuramente) fuori dai giochi. E non lo fa, per fortuna, scoprendo un nuovo Grande Amore, ma attraverso una bella e intensa scopata occasionale con un perfetto sconosciuto, 15 anni più giovane di lei. Intrigante la situazione, perfetti i protagonisti, ben movimentata e ben descritta la scena madre, uno dei pezzi erotici più riusciti dell’intera raccolta.
Purtroppo l’architettura del racconto è scombinata dall’inserimento di un flashback piuttosto lungo che secondo me andava evitato, o perlomeno fortemente ridimensionato. Serviva davvero raccontare la storia di quando la protagonista era ventenne e conobbe quello che sarebbe diventato suo marito (inizio del Grande Amore)?
Ho trovato questa scelta poco azzeccata dal punto di vista della struttura narrativa.
Il lettore, all’inizio del racconto, ha tutta una serie di indizi per capire che il piatto forte del racconto avverrà nel qui-e-ora, ossia in quell’appartamento in cui la protagonista 45enne si troverà a vivere da sola per un certo periodo. Poi, andando avanti nella lettura, improvvisamente lo stesso lettore si ritrova catapultato a Parigi venti anni prima, quando la protagonista incontra e ha i primi romantici approcci con quello che sarebbe diventato il marito, prima, e l’ex marito, qualche anno dopo.
Può anche darsi che in sé questa sotto-storia abbia il proprio fascino, ma il lettore è nelle condizioni peggiori per lasciarsene coinvolgere. Primo, perché sa che è, appunto, una sotto-storia, un inciso, una parentesi, e che la storia vera si svolgerà nel qui-e-ora, provando inevitabilmente una certa impazienza accorgendosi che questo tuffo nel passato dura a lungo. Secondo, perché è oggettivamente difficile lasciarsi incantare dall’inizio di un Grande Amore, sapendo già che finirà male una ventina d’anni dopo, e da lui, tanto carino nel flashback, ma che sappiamo già essere destinato al ruolo poco simpatico di quello che abbandonerà la nostra protagonista, per la quale parteggiamo.
Confesso di avere il sospetto che l’autrice si sia  voluta forzosamente adeguare all’impronta romanticheggiante prevalente della raccolta, innnestando innaturalmente un po’ di romanticismo, in un racconto che invece non ne aveva nessun bisogno.
Tagliando quel flashback il racconto sta ottimamente in piedi da solo, ed è un gradevolissimo e stuzzicante pezzo di erotismo. Rimettendoci dentro il flashback diventa qualcosa di molto meno convincente.

Il quarto racconto, quello di Itacchia Spillo, “Il diavolo e l’acqua santa” è quello che mi ha ispirato più simpatia. La cosa che ho apprezzato di più è il fatto che il racconto riflette perfettamente lo spirito dell’autrice, pur senza che questa si sia particolarmente proiettata nella protagonista o che ci sia traccia di particolari riferimenti autobiografici. Nel racconto c’è tutta la verve ironica di Itacchia, il suo atteggiamento disincantato, il suo sorriso, magari in certi momenti punteggiato di una vaga amarezza. L’autrice non sembra riporre tutta questa fede scriteriata nel Grande Amore Perfettissimo, e non ce n’è traccia infatti (era ora!) nel racconto. C’è invece una donna combattuta tra un rapporto ufficiale, istituzionalizzato, alla luce del giorno, ma tremendamente noioso, con un certo uomo, e dall’altro lato un rapporto clandestino, nascosto, trasgressivo (soprattutto per lui), spudoratamente eccitante, con un altro uomo.
Al momento di fare la scelta definitiva, che dovrebbe essere quella saggia, avveduta, e in fondo caldeggiata da entrambi gli uomini, la protagonista si ribella e si rivolge a sorpresa a un terzo uomo, forse l’unico veramente complice e fidato. So di essere molto vago in quello che ho scritto, ma voglio preservare nei limiti del possibile il gusto della sorpresa ai futuri lettori.
E’ una storia che si legge con piacere e divertimento, e ispira sufficiente coinvolgimento nelle parti erotiche. Forse le lettrici più harmonyche resteranno deluse nel non trovare troppi spunti per far inumidire le palpebre dalla lacrimuccia d’ordinanza. Meglio così. Un racconto erotico dovrebbe inumidire altrove (a proposito di “Bagnami!“).

Il racconto di AsharaNeve e fuoco“, è l’unico in cui viene davvero tenuta fede al (supposto) scopo iniziale di immaginare una situazione erotica in cui un liquido sia centrale e imprenscindibile per la storia. L’idea è piuttosto originale, e Ashara evita di aggiungere troppi altri ingredienti, limitandosi a gestire con la consueta maestria quelli che ha a disposizione: l’idea di cui dicevo prima (che non rivelo: la scoprirete leggendo il racconto), una coppia collaudata, che ovviamente vive un Grande Amore, un bel viaggio in moto verso questa idea misteriosa (lo è all’inizio anche per la protagonista). L’attesa per scoprire la meta, e per la grandiosa scena erotica finale, è ben impiegata per intrattenere il lettore con suggestive descrizioni ambientali (potrebbe essere un racconto da leggere con la carta geografica sotto mano) e soprattutto con la descrizione psicologica dei due protagonisti e delle delicate e intriganti interazioni tra loro, i piccoli giochi di potere e dolci dispetti tipici in una coppia che si ama, il progressivo crescere dell’eccitazione mentre si avvicina la fine del viaggio. Pochi ingredienti, storia minimale, ma tutto gestito con grande mestiere nei ritmi, nei tempi, nelle dosi. Non sarà il più memorabile dei racconti di Ashara, ma Ashara è sempre Ashara, e non sbaglia mai un colpo.

Anche il racconto successivo, ha al centro un Grande Amore collaudato e storia minimale, anzi, se possibile, meno che minimale. Ma l’approccio alla scrittura di Antonella Aigle è completamente diverso, direi addirittura opposto, a quello di Ashara. Antonella non dosa, non gestisce, non struttura, non dà ordine. Apre i rubinetti e mette giù quello che viene, così come viene. Ci mette tanta passione, senza dubbio, e così magari qualcosa smuove in chi legge, ma il risultato non è così entusiasmante, per i miei gusti. Abbiamo una donna che viene da un periodo “no” (non si sa per quale ragione) e il marito, che per giorni è stato in qualche modo respinto, misteriosamente indovina i tempi giusti per tornare ad approcciarla e a offrirle, come terapia, una ricca e lunga serata di sesso. Questa può essere una bellissima situazione per chi la vive. Ma per renderla interessante a chi legge ci vorrebbe qualcosa di più del semplice aprire i rubinetti e tirare giù quello che viene viene. Bisognerebbe dosare, modulare, giocare coi ritmi, coi toni, con le parole. Alternare, variare, sorprendere, frenare e ripartire. Bisognerebbe dare un po’ più di respiro alla storia, costruire una situazione, permettere al lettore di entrarci dentro. Altrimenti è come guardare le foto di matrimonio di una coppia di sconosciuti: per loro può essere il ricordo del giorno più bello della vita, ma il resto del mondo ci resta abbastanza indifferente.
Il racconto è svolto con grande intensità lirica. Ma l’intensità è sempre la stessa, dalla prima all’ultima riga. Alla lunga l’intensità, se è sempre costante, finisce per stancare.
Scrivere è solo al 10% aprire i rubinetti e trasferire su un foglio o su un file quello che viene da dentro. Per l’altro 90% significa lavorare su questa materia prima, per parafrasare il celebre aforisma di Thomas Edison.
Forse Antonella, che è prolifica scrittrice di romanzi, paga un po’ la scarsa dimestichezza a  giocare sulla distanza breve di un racconto. In letteratura è così: più è corta l’opera più è importante la cura del dettaglio e il lavoro di rifinitura. Un romanzo può forse tollerare il metodo rubinetto, anche se non è proprio il massimo. Un racconto no.
Ma la cosa che ho trovato davvero pessima non è il racconto, che comunque alla fine è abbastanza gradevole. La cosa davvero pessima è la scelta del titolo. E qui non me la prendo con la sola Antonella, ma con tutta la banda di Staroccate. Possibile che in otto non abbiano saputo trovare qualcosa da suggerire di meno trito, generico, squallido, banale, oltre che completamente privo di veri collegamenti al testo?

Il racconto che chiude la raccolta, “Bagnata ma ribelle” di Rosa Boccadi, merita un discorso a parte. Che io sappia, questo è il primo racconto erotico che l’autrice pubblica utilizzando questo pseudonimo. Ma soprattutto è il primo che l’autrice pubblica, e forse anche il primo che scrive, distaccandosi dalle tematiche, dalle ambientazioni e dai personaggi per i quali è già conosciuta e apprezzata con un altro pseudonimo. Per anni questa autrice ha ricevuto esortazioni ed incoraggiamenti da ogni direzione (compreso dal sottoscritto) per provare a cimentarsi con qualcosa di diverso, ma si è sempre testardamente rifiutata. Le amiche Staroccate sono invece incredibilmente riuscite a convincerla, e già questa è una ragione sufficiente per considerare questo racconto una preziosa rarità.
Poteva venirne fuori un racconto sciatto e frettoloso, senza anima, buttato giù al volo tanto per accontentare le amiche. Invece non è stato affatto così. Il racconto è scritto benissimo, tanto quanto ci si può aspettare dall’autrice più esperta e navigata del gruppo, ma vi si percepisce anche un certo trasporto. Il personaggio della protagonista, ragazzina ribelle e trasgressiva, insofferente a tutti i modelli di “bello buono e bravo” che l’ambiente circostante, a cominciare dalla famiglia, cercano di inculcarle, viene da corde profonde dell’autrice. Così come quell’atteggiamento ambiguo di amore e odio, attrazione e repulsione, verso un certo tipo di mascolinità implacabile, bellissima e dominante (impersonata dal personaggio di Luca, l’istruttore di equitazione), che induce la pulsione contraddittoria, da un lato di lasciarsene soggiogare, dall’altro di soggiogarla, umiliarla, sconfiggerla e distruggerla, magari solo simbolicamente, come nella scena finale del racconto.
Di tutti i racconti della raccolta, questo è quello più genuinamente erotico, quello maggiormente in grado di suscitare le reazioni che da un racconto erotico ci si aspetta.
Sembra quasi che, in perfetto parallelo con la sua protagonista, Rosa si sia rifiutata di indossare l’abito buono in questa prima uscita delle Staroccate, restando quindi del tutto immune alla nefasta tentazione di mostrarsi signorilmente romantica che ha contagiato, chi più chi meno, le altre colleghe.

Questo “Bagnami!” è stato solo un primo tentativo e va giudicato in quanto tale. Sentiremo sicuramente ancora parlare delle Staroccate, magari con un lavoro maggiormente integrato che valorizzi non solo le capacità delle singole autrici, ma anche e soprattutto la complicità amichevole che c’è tra di loro, che è un aspetto da sfruttare più e meglio.

Le incoraggerei anche a osare maggiormente, non solo per un mero discorso di tasso di carnazza, ma anche per cercare qualcosa di più innovativo e originale in termini di creatività, per uscire maggiormente dagli schemi, e non solo a livello dei singoli racconti, ma anche del lavoro complessivo.

Le conosco bene e so che non deluderanno.

QUANDO LUI CI SA FARE, ANCHE SENZA DIRE NULLA

15 Dic

osato_chiedere_4c00f3d4ebbeaa48e6ab2c6455300f75

CIO’ CHE NON AVREI MAI OSATO CHIEDERE (di Valter Padovani) – Damster Edizioni

Il racconto di cui parlerò oggi vede come protagonisti ‘una giovane e timida venticinquenne e un navigato cinquantenne’. Quello che l’autore racconta è la scoperta dei sensi di una giovane donna attraverso colui che ne dischiude i segreti nascosti dell’anima, ovvero il misterioso protagonista.

A prima vista il lettore può pensare che ci troviamo di fronte ad uno dei tanti cliché erotici che riempiono pagine di narrativa e minuti di pellicole.

La realtà non è proprio così.

A mio avviso il personaggio femminile è fin troppo ingenuo e pudico per essere una venticinquenne dei giorni nostri, ma, soprattutto, la sua timidezza viene messa da parte con un rapido colpo di coda non appena incontra il ‘lui’ protagonista.

Detto questo, le modalità con cui il personaggio maschile riesce a far fiorire la giovane donna, sono originali e ben tratteggiate. Mi è piaciuta la caratterizzazione di quest’uomo maturo, tutto d’un pezzo, poco loquace ma padrone unico del narrato – posso azzardare che sia l’alter ego dell’autore?

Ho apprezzato anche l’erotismo rappresentato nella scena clou del racconto, proprio perché diverso da quanto mi aspettavo.

Non male anche il retroscena svelato nel finale, legato ad una terza figura, Deus ex machina della storia.

Uno stile classico quello dell’autore, che racconta più che fare parlare, e che ben si sposa con il tono del racconto.

Una lettura breve, ma davvero piacevole.

Una Storia d’Amore senza Storia (ma con tanta geografia)

5 Dic

vanessastreepVieni con me di Vanessa G. Streep – Damster Edizioni

“Aveva deciso che nel romanzo non avrebbe raccontato una serie di avventure e di viaggi. In fondo era solo un libro, non la vita. Non poteva raccontare tutto. Ci volevano dei ritagli, e non pochi: la maggioranza dei fatti non doveva essere raccontata.”

Non è difficile individuare la presenza di una forte componente di ispirazione autobiografica in questo romanzo di Vanessa G. Streep. La protagonista si chiama Vanessa, come l’autrice, scelta che difficilmente è casuale (anche se il romanzo è scritto in terza persona, decisione che ho molto apprezzato). Inoltre, il romanzo parla del romanzo stesso. La protagonista, a un certo punto della narrazione, comincia a scrivere un romanzo: si lascia capire che si tratta dello stesso che stiamo leggendo. Se ciò non bastasse, l’ultima battuta della protagonista (e penultima frase dell’intero romanzo) è “Ho finito il libro”. Non c’è molto spazio per avere dubbi.

Nel nono capitolo (su 22), la protagonista annuncia le scelte strategiche che intende seguire nella scrittura di questo “romanzo dentro se stesso”, usando la frase che ho citato a inizio articolo. Una frase che condensa perfettamente il senso, i pregi, e anche i limiti, di questo romanzo.

Si tratta, in sintesi, di un omaggio, un tributo, direi un’ode, a un grandissimo e intensissimo amore: quello tra la protagonista e il suo Giancarlo. E’ però difficile parlare di storia d’amore nel senso in cui si intende comunemente. Una storia d’amore propriamente detta è fatta di fasi: dal momento in cui tra due persone che scoprono di essere reciprocamente attratte nasce un rapporto, questo rapporto non resta mai uguale a se stesso. E’ sempre soggetto a evoluzioni, involuzioni, fiammate, crisi, fasi meravigliose, fasi difficili, momenti di stanca e momenti di nuova energia, e spesso anche lunghe rotture e ritorni, morti apparenti (con tutti i lutti che ne conseguono) e miracolose inaspettate resurrezioni.

Difficile pensare che la storia reale tra Vanessa e Giancarlo (o qualunque sia il nome delle persone reali che hanno ispirato questo libro) faccia eccezione. Ma l’autrice ha fatto una scelta chiara “La maggioranza dei fatti non deve essere raccontata”. Sono state probabilmente filtrate tutte le vicissitudini (interiori o esterne) che possono aver creato i normali alti e bassi che qualsiasi rapporto vive. Quello che resta è un distillato d’amore, un amore perfetto, ideale, travolgente, che incredibilmente resta costante e immutabile al passare dei lustri e delle situazioni.

Per nascondere ulteriormente la presenza di una qualsiasi evoluzione, la struttura del romanzo non scorre linearmente con il tempo, ma è un continuo frenetico succedersi di salti avanti e indietro, nell’arco di quindici anni. Avanti e indietro nel tempo, ma anche nello spazio, visto che i due protagonisti amano viaggiare e si spostano continuamente da un angolo all’altro del mondo, sia per viaggi di piacere e di vacanza, sia per lavoro, sia per trasferimenti di vita.

Questa impostazione lascia al lettore l’effetto di non trovarsi davanti a un romanzo, ma a una specie di telefilm a episodi, in cui ci sono sempre gli stessi due protagonisti e lo stesso intenso rapporto d’amore tra di loro, sempre identico a se stesso, sempre con la stessa temperatura e le stesse caratteristiche. Il tutto inserito di volta in volta in contesti diversi, in tempi diversi, con personaggi diversi a fare da contorno. Persino i brevi e burrascosi litigi tra i due che ogni tanto ci vengono mostrati, che sembrano un po’ come improvvisi temporali estivi dovuti a momenti di surriscaldamento del loro amore sempre intensissimo, finiscono per assomigliarsi un po’ tutti.

L’esperienza di lettura è nel complesso piacevole. Vanessa ha una penna leggera ed elegante che si fa seguire con piacere senza stancare, e le scene erotiche sono descritte senza falsi pudori in modo vivido e coinvolgente. Purtroppo i protagonisti di queste scene sono sempre gli stessi, senza nemmeno sporadici interventi esterni (visto che il loro amore prevede una reciproca talebana gelosia non priva di eccessi sanguinolenti) e questo le rende, alla lunga, un po’ prevedibili. Ma secondo me l’aspetto meno convincente è proprio nel retrogusto di irrealtà di questo amore che è sempre lo stesso e che non cambia mai, tanto quanto i personaggi che lo vivono, restando intriso di una patina di eccessiva idealità che ce lo rende alieno e distante.

Avete mai visto un filmino matrimoniale? Più o meno sono tutti uguali: lui e lei sono bellissimi, o almeno si cerca di farli sembrare tali, sono innamoratissimi, il loro amore è il più intenso e il più grande del mondo. Gli scenari sono sempre perfetti, il prato fiorito, il sole che tramonta sul mare, e così via. Le musiche di sottofondo sono sempre canzoni commoventi e intense. Che noia!
E’ difficile non notare gli sguardi di panico che si diffondono quando una coppietta di neosposi propone agli amici ospiti “Volete vedere il nostro filmino del matrimonio?

Ebbene, di tanto in tanto, durante la lettura, ho avuto la vaga sensazione di assistere a una specie di filmino matrimoniale di una relazione di quindici anni, seppur movimentato da dosi adeguate di erotismo. Una sensazione di cui avrei fatto volentieri a meno, pur confermando gli aspetti positivi che rendono la lettura piacevole e l’acquisto consigliato.

ALLA SCOPERTA DI UNA NUOVA PASSIONE

5 Dic

RFS-Listinto-di-una-donna-e1417524855447

L’ISTINTO DI UNA DONNA (di Federica D’Ascani) – Youfeel Rizzoli

Qualche tempo fa, io occasione della mia recensione a ‘Passione a Toronto’ – un racconto pubblicato come self da D’Ascani Federica con lo pseudonimo di Rebecca Dowl  – mi espressi favorevolmente nei confronti dell’autrice, a mio avviso sottovalutata, ‘prevedendo’ per lei una strada in discesa.

Ebbene, senza falsa modestia, sono felice di constatare che avevo visto giusto! D’Ascani raccoglie i frutti di ciò che ha seminato – finalmente, oserei dire – ricevendo conferma della sua bravura.

La ritroviamo edita da Rizzoli, per la collana Youfeel, con un racconto che prende le distanze da un filone abbastanza consolidato come quello degli erotic-romance classici, per sondare il rapporto tra una donna e… un’altra donna. Spesso l’omosessualità femminile ci viene proposta come a uso e consumo dell’uomo, il sesso fra donne fa da preliminare e da contorno all’interno di contesti più ampi, ai quali prendono parte uomini che possono vedere così realizzate le loro comuni fantasie.

Qui invece, il rapporto fra donne è esclusivo, è arricchito da pulsioni, desideri, sentimenti, tensioni più consoni ad una visione femminile che a quella maschile.

Luisa è una casalinga apparentemente appagata da matrimonio e maternità, in realtà e una donna sola e inquieta che trascorre le sue giornate cercando di sfuggire ad un desiderio che credeva ormai sopito.

Ci troviamo di fronte a una storia che si sviluppa su due binari, apparentemente paralleli, ma che in realtà si intersecano per svelarci il perché dell’inquietudine vissuta dalla protagonista.

Il primo binario è quello che ci racconta della scoperta giovanile di un sentimento nei confronti della coetanea Aurelia, il secondo vede compresenti, sullo stesso piano, l’impulso emotivo e sessuale nei confronti di una donna come lei – Lara – e quello verso il suo compagno di vita, Sandro.

L’ ’istinto’ di cui ci parla il titolo, spinge la protagonista ad assecondare le pulsioni erotiche nei confronti di Lara, alla ricerca  di un sentimento perduto verso l’Aurelia mai dimenticata, e la conduce inesorabilmente anche verso l’uomo che ha sposato, che l’ha scelta e la ama ogni giorno.

La sinossi recita che solo ‘dopo un percorso interiore, sofferto e doloroso, Luisa arriverà a capire chi vuole e ama realmente’.

L’autrice racconta questa storia con grande padronanza di linguaggio, lo stile è carico di passione, sollecita i sensi, rende la lettura intrigante e coinvolgente.

I miei complimenti ancora, per il ‘debutto nell’alta società’, a questa scrittrice che, sono sicura, non deluderà i lettori.

Riuscirà questo libro ad inaugurare un nuovo filone FF? Ai posteri l’ardua sentenza!

L’ANELLO DEBOLE DEL TRIANGOLO (CHE E’ ANCHE IL PIU’ FORTE)

16 Nov

   morte_ambra_828f5d34c3b5ea34046485981ea66552DI MORTE E D’AMBRA (di Ashara Amati) – Damster Edizioni

La mitologia greca è al centro del nuovo libro di Ashara Amati: la storia di Arianna, Teseo e del Minotauro.

La narrazione è pari a quella di un poema epico: l’autrice, con grande maestria e con capacità espositive davvero notevoli, racconta di avventura, combattimenti cruenti, passioni, inganni, amore  e tragedia.

Nella prima parte del libro si narrano le gesta di Teseo, nato dall’unione tra Egeo, Re di Atene e di Etra, figlia di Pitteo, Re di Trezene. Egli è stato concepito con l’inganno e disconosciuto dal padre, pertanto, bramoso di riconquistarne la fiducia attraverso le abilità di guerriero.

Teseo è alla ricerca della gloria, degli onori che gli spettano, e per i suoi scopi è pronto a sacrificare la moralità e a usare il sesso come subdola arma di seduzione. L’eccitazione che prova nell’uccidere un nemico è pari a quella dell’orgasmo.

Ad una prima avvincente parte del libro, segue una seconda, molto più coinvolgente: Arianna prende il posto di Teseo nella narrazione e con lei, la fisicità nuda e cruda, lascia spazio al sentimento e alla speranza. Arianna infatti è innamorata di Asterio, nato dal tradimento di Pasifae nei confronti del marito Minosse, con un toro, sotto mentite spoglie umane.

Asterio è quindi un figlio illegittimo, che mai sarà amato dal Re e dalla madre. Arianna, anch’ella frutto dell’unione tra Minosse e una delle sue schiave, si innamora di Asterio, ma il loro amore dovrà scontrarsi con le avversità della guerra, e con tutte le conseguenze che la guerra porta con sé.

Asterio diverrà per tutti il Minotauro: metà uomo e metà toro, dapprima fidanzato fedele e amorevole, poi, di ritorno dalla guerra fra Atene e Creta, uomo crudele e lascivo.

Proprio come in un poema epico dunque, il personaggio forte, brillante e astuto è Teseo, mentre i coprotagonisti, Arianna e Asterio/Minotauro, vengono sacrificati allo scopo ultimo dell’eroe principale.

Gli attori principali della storia hanno colorazioni nette e contrapposte, che spingono il lettore a prendere le parti dell’uno o dell’altra: il nero per l’ambizioso Teseo, il bianco per la delicata Arianna.

Forse è per questo che io mi sono affezionata maggiormente ad Asterio, colui che rappresenta il ‘grigio’, il tormento, la volubilità.

Egli è un po’ come noi, possiede l’amore, la fedeltà, la devozione, ma anche l’insicurezza del figlio mai amato che trasforma in una maschera di crudeltà per coloro che ama.

Non ho potuto non provare simpatia per lui: una persona cambiata dalla guerra  ̶ che ha fatto riaffiorare vecchie e profonde ferite  ̶   e consapevole di essere indegna per colei che rappresenta la felicità, il tempo ormai perduto: Arianna.

A mio avviso la storia di Asterio/Minotauro, che ci viene raccontata dal punto di vista di Arianna, meritava un maggior approfondimento.

Nonostante pensassi di conoscere il mito e quindi il finale, mi sono ritrovata a commuovermi leggendo gli ultimi capitoli di questa vicenda. Ecco perché credo che il libro meriti di essere letto: per riscoprire ‘la leggenda’ e per emozionarsi con i suoi personaggi.

Alcune considerazioni a parte merita invece l’erotismo raccontato nel testo.

Il protagonista di questo libro è in gran parte il sesso come oggetto di ricatto (quello fra Egeo ed Etra, quello fra Pasifae e il toro), merce di scambio (quello di Teseo che nell’atto ritrova il piacere dell’omicidio), alleato di vendette e seduzioni.

Le scene descritte dall’autrice sono crude, dettagliate, in un certo senso ‘insensibili’.

Ciò, ritengo possa andare bene per rappresentare un atto privo di sentimenti (Teseo impersona il sesso senza amore), ma non per il rapporto d’amore che viene sublimato nell’atto fra Arianna e Asterio: essi fanno l’amore.

L’autrice doveva, a mio avviso, lasciare che le emozioni, non solo l’eccitazione, trapelassero dalle pagine. Questo era ciò che poteva dare all’opera quel qualcosa in più rispetto alla mera narrazione mitologica.

Credo che una buona scena erotica debba portare un autore ad esporsi: l’erotismo non può essere semplicemente immaginato e poi descritto, ma va inevitabilmente sentito e ‘vissuto’.

UNA VENTATA D’ARIA FRESCA

8 Ott

il-marchio-cop-MQIL MARCHIO (di Aurora D’Evals) – Runa Editrice

Confesso che erano mesi che non mi capitava di leggere un libro così.

Così come?

Difficile esprimerlo con un unico aggettivo.

Definirlo ‘bello’ sarebbe riduttivo, non basterebbe a spiegare ciò che ho in mente.

Era dai tempi di ‘Voglio di più’ di Sophie Morgan – seguito del più noto ‘Diario di una sottomessa’ – che non mi imbattevo in una storia incentrata sul tema dominanza/sottomissione, così credibile e anticonvenzionale, soprattutto per la capacità dell’autrice di coniugare il carattere di quotidianità che contraddistingue un rapporto di coppia fra uomo e donna, con l’inusuale natura della relazione che si instaura tra un Master e la sua Slave.

La sinossi introduce due giovani, Sara e Ginko, agli antipodi per estrazione sociale, professione e modalità di vita: lei, figlia di ricchi borghesi, impiegata di banca, un futuro già scritto assieme al fidanzato Cosimo; lui, orfano, tatuatore di professione e musicista per hobby, single.

Si incontrano e si ‘riconoscono’: lui Master convinto, lei Slave ancora acerba. La loro unione, vissuta dal punto di vista di Sara, porterà entrambi a sfidare i nemici interiori – i limiti psicologici della protagonista femminile – e a vincere su quelli esteriori – le convenzioni sociali, la diffidenza della gente, l’invidia dell’amante abbandonato.

A prima vista sembra una storia già scritta: un viaggio alla scoperta di sé e della natura che si cela dietro un’ostenta apparenza, un cammino di esplorazione del piacere, una storia d’amore.

Ebbene: mai tali definizioni possono essere più banali.

L’autrice mi ha tenuto aggrappata alle pagine con la sua capacità di parlare a tutti e di spiegare, anche a chi di queste dinamiche conosce poco, cosa succede nella mente di una donna che si scopre per natura sottomessa, e cosa, allo stesso tempo, ciò comporti per colui che tiene l’estremità opposta del guinzaglio.

Si alternano, così, a momenti di introspezione della protagonista Sara, anche circostanze drammatiche che vedono coinvolto il suo amato Ginko e le decisioni che si celano dietro i comportamenti di quest’ultimo.

Ma non basta.

La D’Evals è maestra nel creare momenti di suspense ed elementi che anticipano in maniera velata ciò che sarà l’ineluttabile destino dei due amanti –  che però fino alla fine il lettore non capirà.

Tutto ciò conferisce al libro una tensione inusuale all’interno di un filone, quello erotico, ormai adagiatosi sulle ceneri dei romance alla ‘Cinquanta sfumature’ che presentano, solitamente, un unico e più o meno uguale sviluppo del tema erotico sotto la forma di incontro/scontro, piacere erotico/amore, ostacolo/lieto fine.

La storia si sviluppa su due binari.

Il primo è quello del cambiamento interiore ed esteriore di Laura, che passa da una vita al sapore di  ‘zucchero filato’, ad una modalità esistenziale totalmente diversa ma più reale, nella quale si assiste ad una sorta di ‘resa’ nei confronti del partner.

Sara arriva a capire ed abbracciare alcuni concetti importanti.

Capisce che il filo che la lega al proprio Master rischia in ogni momento di spezzarsi proprio per volere della parte apparentemente più debole. Il potere vero risiede nelle mani della sub, che può decidere, quando lo desidera, di mettere fine ad un ‘gioco’ che di ludico ha ben poco.

Capisce che anche l’amore, quello vero, non è più merce di scambio come era stato con i ragazzi prima di Ginko – un do ut des per cui se ‘‘mi dai il tuo cuore io ti do la mia fica’’ –, ma è semplicemente un’offerta che viene dal cuore, e che il suo Master le permette di offrirgli.

Capisce, infine, quali sono i suoi limiti all’interno di un rapporto che, apparentemente, porta una delle due parti all’annullamento di sé. Ginko, infatti, non la costringe a fare nulla, glielo consente e basta, perché sa che lei può sempre dire No; in questo senso, quindi, anche un Master è debole, succube, sottomesso alla sua slave e si fida di lei, quanto lei si fida di lui.

L’autrice è brava nel mettere in luce aspetti che permettono anche ad un lettore meno smaliziato di comprendere meglio cosa sta dietro un certo modo di vivere l’erotismo e l’amore.

Il secondo binario è quello del plot vero e proprio: una storia avvincente e ben scritta che intriga il lettore fin dalle prime pagine in cui avviene l’incontro tra i due protagonisti. L’eros raccontato dalla D’Evals è coinvolgente e penetrante, non ti abbandona una volta riposto il libro. L’autrice padroneggia la materia scrivendo, a mio avviso, in modo mai banale e delineando i personaggi a tutto tondo e questi ultimi diventano credibili perché ‘normali’, lontani da stereotipi.

La storia procede apparentemente in un unico senso, per poi capovolgersi tragicamente a causa di un personaggio che, da semplice comparsa, diventa terzo protagonista.

Insomma, i colpi di scena non mancano in questo libro in cui l’ingrediente principale – l’erotismo all’interno di un legame di dominazione/sottomissione – si mescola sapientemente con il viaggio interiore, il dramma e la suspense.

Il Sesso e l’Amore di “seconda fase”

24 Ago

brividiBrividi in Gabbia di Lady P – Damster Edizioni

Grazie all’incontro con un uomo capace di affascinarla e sedurla, una donna quasi cinquantenne riscopre, dopo lunga inattività, la propria sessualità e vive una specie di rinascita, o di seconda giovinezza. Questo è, in estrema sintesi, il soggetto di questo romanzo, come la sinossi correttamente riporta.

Situazioni di questo genere si incontrano piuttosto spesso nella vita reale e sono sempre più frequenti anche gli articoli di rotocalchi (o del loro corrispettivo web) che trattano del fenomeno.

Da un lato bisogna dire che oggi (per fortuna) si invecchia meglio. Il progresso scientifico e tecnologico ha introdotto nelle nostre vite tante cose negative, senza dubbio, ma chi guarda anche la parte piena del bicchiere non può negare che i progressi nelle cure mediche, in quelle estetiche, eccetera, sono visibili. Una donna negli anta oggi appare esteriormente, e si sente interiormente, sicuramente più giovane di una sua coetanea di trenta anni fa, e può legittimamente essere vista, e sentirsi, oggetto di attrazione sessuale a tutti gli effetti.
Dall’altro lato, ed è forse un fattore ancora più determinante, oggi sono disponibili strumenti un tempo impensabili per uscire dai contesti sociali soliti. E’ più facile conoscere nuove persone rispetto alle quali si è tabula rasa e che possano scoprirci e vederci senza i pregiudizi “storici” di chi bene o male ci conosce da una vita e ci ha già etichettato in funzione della nostra provenienza e del nostro passato.

In questo modo si creano più facilmente le premesse per cui, a un’età in cui un tempo ci si considerava “fuori dai giochi”, si possono riaccendere fuochi che si consideravano ormai sopiti per sempre. Ma ovviamente, come accade per ogni situazione che è nuova, inedita, ancora poco sperimentata e sedimentata, ci si ritrova spesso ad affrontare scenari nuovi utilizzando vecchi schemi, vecchie regole, vecchie grammatiche, quando invece bisognerebbe, non dico ipotizzarne di nuovi, ma perlomeno mettere in dubbio i vecchi, porre delle domande, stimolare una riflessione.

Idealmente chi scrive un romanzo dovrebbe avere questo tipo di obiettivo ambizioso. Con il pretesto di una storia singola affrontare tematiche più universali, veicolare le proprie riflessioni, le proprie domande (più ancora delle risposte). Va subito detto che LadyP non coglie questa occasione, preferendo restare in una dimensione molto personale e intimistica, a metà tra fantasia e suggestioni autobiografiche. Tuttavia non mancano spunti interessanti tali da suggerire considerazioni di carattere più generale.

Parliamo allora di Angela, la protagonista di questo romanzo, una donna, come già detto, che si avvia verso i cinquanta. E’ separata da diversi anni dall’uomo con cui ha vissuto la sessualità di prima fase, che poi, come succede spesso, nel tempo si è smorzata. Da allora Angela, più o meno consapevolmente, ha chiuso la propria sessualità in un cassetto, lasciandola impolverire, mentre gli anni passavano e l’idea di recuperarla in qualche modo da quel cassetto era sempre più lontana.

All’improvviso nella vita di Angela piomba dal nulla l’iniziatore. C’è sempre bisogno di un uomo che accompagni la donna nella riscoperta. Un uomo cui affidarsi anche e soprattutto emotivamente. Il percorso della rinascita è un percorso soprattutto interiore, e difficilmente una donna può percorrerlo da sola, andando a caccia di uomini ogni volta diversi da sfruttare solo fisicamente.

Abbiamo già incontrato un concetto simile quando abbiamo recensito “La Compagnia delle Orchidee“, in cui la protagonista si affidava alle lezioni di un noto libertino. Con sfumature diverse abbiamo rilevato una situazione analoga, a sessi scambiati, nella recensione di “Un’irripetibile combinazione di eventi“, in cui il protagonista aveva bisogno di una dea del sesso per riscoprire il proprio valore come uomo.

In questo romanzo di Lady P, il personaggio dell’iniziatore è costruito su misura per avere le caratteristiche più adatte al ruolo. Ha un nome straniero di estrazione anglosassone, Jonathan, origini iberiche che infarciscono il suo linguaggio di esotiche inflessioni spagnoleggianti, viene da un altro universo, ha un passato tormentato e misterioso, con qualche precedente burrascoso con la giustizia. Ha modi di fare spudorati e diretti, ma non privi di un certo appeal. Insomma è l’affascinante e trasgressivo pirata che un po’ tutte le donne sognano.

Angela, pur con tutte le inevitabili femminili titubanze del caso, crolla con tutte le scarpe nella rete del corteggiamento del succitato marpione, e i due cominciano ad avere una serie frequente di incontri di sesso, praticamente sempre nella casa da single di lei.

Il sesso di seconda fase, chiamiamolo così, ha caratteristiche diverse da quello della prima fase. E’ più scatenato, più impudico, più intenso e trasgressivo. Si potrebbe pensare che corpi non più verdissimi, meno benedetti da flussi ormonali adolescenziali, abbiano maggiore bisogno di sapori forti. Probabilmente c’è anche una ragione diversa più importante. Chi è più maturo ha qualche sicurezza in più, e meno paura di buttarsi, di rischiare, di abbandonarsi.
Ma aggiungerei un’altra osservazione. Credo che il sesso di prima fase sia tipicamente percepito come un qualcosa di strettamente legato al partner e al rapporto con lui. Invece ritengo che il sesso di seconda fase abbia una più forte dimensione, in particolare per una donna, di scoperta interiore. Una donna più matura, in un contesto erotico inedito, ha una più spiccata predisposizione ad osservarsi, e spesso trova gratificante veder emergere le componenti più nascoste e più selvagge dei propri istinti e della propria sessualità. A maggior ragione quando le aveva ritenute perse.

Questo è quello che succede puntualmente anche ad Angela, che vive con grandissima intensità di emozioni e sensazioni questa sua rinascita con Johnatan. Così, con questo succedersi di incontri erotici, siamo più o meno a un quarto del romanzo e ci chiediamo cosa potrà succedere per riempire le pagine successive.

In realtà nel caso generale, quindi uscendo dallo specifico di Angela, la domanda da farci è un’altra. Ed è la domanda campale. Abbiamo capito che il sesso di seconda fase tipicamente ha sfumature diverse da quello della prima, e abbiamo anche fatto delle ipotesi sul perché. Cosa possiamo dire invece a proposito dell’Amore, che è, lo sappiamo, cosa diversa dal sesso, ma anche allo stesso inestricabilmente legata?

Siamo in presenza della classica situzione in cui c’è la tentazione istintiva di applicare a nuove situazioni vecchi schemi. Un po’ come quando si vorrebbero applicare ai siti web i dettami di leggi scritte negli anni ’30 pensando ai giornali e alle riviste. La ragionevolezza invece suggerisce di tener presente che si parla di qualcosa di diverso e abbastanza inedito, per cui bisognerebbe ragionare fuori dagli schemi, in modo flessibile, con intelligenza.

All’Amore si attribuiscono certe caratteristiche, certi schemi, certe regole, che in parte nascono dagli istinti e dai sentimenti, in parte sono probabilmente sedimentate e interiorizzate da secoli e secoli di cultura (letteraria, poetica, artistica, musicale) che, andando a stringere, ha sempre avuto l’Amore tra gli argomenti più gettonati, da Omero in poi.

Ma l’Amore cui si è sempre pensato nei millenni (che piaccia o no) è sempre stato principalmente quello finalizzato alla formazione della famiglia e all’allevamento dei figli: aspetto banale quanto si vuole, ma necessario alla sopravvivenza della specie. Molte delle caratteristiche dell’Amore, soprattutto molti assoluti che sono stati spesso più o meno impropriamente associati al concetto di Amore Vero o Amore Ideale, servono a fare in modo che la famiglia abbia maggiori probabilità di restare unita, che è generalmente circostanza desiderabile. Tutti i concetti di esclusività, fedeltà assoluta, possesso reciproco totalizzante ,”esisto solo io per te“, “esisti solo tu per me“, “tu sei tutto per me“, “io sono tutto per te“, “non posso vivere senza te“, “non puoi vivere senza me“, con cui comunque la realtà fatta di imperfezioni e debolezze umane (oltre che di situazioni concrete non sempre propizie) ha sempre finito con lo scontrarsi, vanno benissimo per la coppietta di ventenni innamorati che si accinge a coronare il sogno d’amore davanti all’altare (o al sindaco).

Quanto ha senso portarsi dietro questi assolutismi amorosi, quando l’obiettivo non è più quello, e soprattutto in una situazione in cui è ancora più impossibile tenervi fede?

Nel corso degli anni una persona sviluppa una rete di rapporti sociali, attività lavorative e non lavorative, interessi, passioni, abitudini, che col tempo si fa più complessa e intricata. Una persona matura ha sempre una storia alle spalle che ha strascichi nel suo presente e che non può essere del tutto recisa con un colpo di forbice. Ha vincoli anche di tipo geografico, visto (tanto per fare un esempio) che il lavoro che uno fa raramente è trasferibile, ed è un altro aspetto che pesa in un’era in cui sono sempre più frequenti le conoscenze a distanza.

Trovare collocazione adeguata, in queste vite intricate e complesse tipiche di persone mature, per una relazione importante, con tutto quello che richiede in termini di spazi, tempi, pensieri, emozioni, spesso è un compito già molto impegnativo di per sé. Pretendere che soddisfi anche gli stringenti requisiti dell’assolutismo amoroso è oggettivamente assurdo.

Gli obiettivi di seconda fase sono diversi. Persino la convivenza, che è naturale e indispensabile coronamento dell’amore di prima fase, diventa solo un’opzione, da considerare serenamente in un senso e nell’altro. Figuriamoci il resto. Non c’è ragionevolmente nessun bisogno di inseguire gli assolutismi del presunto Vero Amore, per poter godere di un amore di seconda fase che ci arricchisca la vita di emozioni positive, di bellezza, di complicità, di sensualità, di presenza.

Ma è anche vero che come esseri umani non abbiamo la possibilità di sostituire il cuore col cervello al 100% (e direi per fortuna!). Non possiamo amare una persona e reprimere completamente l’istinto che ci spinge a cercare  e desiderare questi assoluti impossibili. A sognare di poter mollare tutto e tutti e fuggire con l’altra persona, da soli, verso un altrove qualsiasi. Dobbiamo però imparare a gestire questi istinti, queste tensioni verso gli assoluti. Dobbiamo, pur continuando a coglierne la poesia, accettarne serenamente non solo l’impraticabilità, ma anche l’irragionevolezza.

Tanto più che queste rinunce finiscono inevitabilmente per essere un combustibile micidiale dell’amore. Non è forse vero che i grandi amori della storia e dell’immaginario sono quelli avversati dalle circostanze, cui era impedito di trovar libero sfogo, da Tristano e Isotta, a Paolo e Francesca, a Giulietta e Romeo, e così via?
Ma c’è anche il risvolto negativo, nei casi in cui il senso di insoddisfazione derivante dalle rinunce diventa ragione di risentimento nei confronti dell’altra persona, e così storie che portebbero essere piene di felicità diventano brodo di coltura di rancori e veleni che invece di migliorare la vita la rendono ancora più triste. Questi sono i casi in cui un po’ di sana ragionevolezza è particolarmente raccomandata.

Chiudiamo questa lunga digressione tornando alla nostra Angela. Cosa succede a lei quando la riscoperta della propria dimensione erotica comincia a lasciar posto a riflessioni sull’amore verso questo personaggio particolare e affascinante? Succede una cosa al tempo stesso tremenda e… comoda. Il passato di Jonathan bussa violentemente alla porta di lui, che viene arrestato per qualche crimine commesso (su cui il romanzo sorvola senza darci dettagli).

Il carcere porta via ai due non solo la possibilità di coronare il sentimento reciproco che sentono come conseguenza (non come premessa) dell’esperienza erotica. Impedisce loro di stare da soli, di comunicare con continuità, persino, per un bel pezzo, di comunicare in assoluto. Ho letto in questa evoluzione del racconto una rappresentazione simbolica di tante situazioni simili in cui una donna e un uomo, coinvolti in un amore di seconda fase, sono costretti in un qualche carcere virtuale, fatto della vita che vivono, impegni, relazioni, lavoro, distanze, responsabilità, legami, strascichi del passato, che complottano a limitare le possibilità di vivere pienamente questi amori, più o meno come fa il carcere. Ma il carcere in compenso è comodo, perché mura di cemento armato e sbarre di ferro sono oggettivamente insuperabili e in un certo senso tranquillizzano. Mura e sbarre virtuali spesso non sono meno insuperabili, ma sembrano esserlo. Se non a un ragionamento razionale, sembrano esserlo alla percezione emotiva, e questo può generare le tensioni di cui dicevo prima, che avvelenano il rapporto.

In questo caso invece (paradossalmente) Angela è fortunata, e le rinunce hanno solo il risvolto positivo di alimentare l’amore tra i due. Così dal punto di vista di Angela, la persona che era per lei inizialmente nient’altro che un trasgressivo partner di esperienze sessuali, con cui si vedeva di sera quasi giornalmente, proprio nel momento in cui diventa qualcuno difficile da vedere e da sentire, e anche poco raccomandabile agli occhi di tutti essendo un condannato, insomma proprio quando diventa impossibile, nasce non solo un amore, ma un grande amore. E non può non essere lo stesso per il problematico Jonathan che si ritrova ad avere in Angela (e nell’amore per Angela) la catena più forte che lo tiene legato al mondo al di fuori del carcere.

Così il resto del romanzo scivola via descrivendo gli strazianti brevi momenti in cui i due riescono a colloquiare nel parlatorio, e le battaglie legali di Angela per ottenere maggiori frequenze di visite al carcere, sconti di pena, revisioni del processo, e così via, per Jonathan, attraverso contatti con vari avvocati che prendono a cuore il caso. Mentre diventa chiaro che La gabbia del titolo non ha nessun riferimento a raffinati giochini sadomaso come poteva venir spontaneo pensare per un romanzo di una collana erotica (e voglio sperare che non ci sia stata voluta malizia nell’ingenerare il possibile equivoco, dato che sono espedienti abbastanza meschini). La gabbia è il carcere, e i brividi che evoca hanno ben poco di erotico.

Dal punto di vista della resa narrativa, il romanzo presenta alcuni aspetti che mi hanno lasciato perplesso.

Lady P ha scelto di narrare in prima persona e al tempo presente. E’ una scelta che non ho trovato molto azzeccata. La prima persona e il tempo presente, trascinati per tutta la durata di un romanzo, inevitabilmente stancano il lettore. E’ come vedere un film di due ore in cui ogni inquadratura è fatta dal soggettivo del protagonista. Non c’è spazio per una vera e propria regia, diventa goffo ogni tentativo di movimentare lo svolgimento con dei flashback o con delle digressioni.

Quel che è peggio, l’autrice salta, in modo del tutto anarchico, da una normale scrittura in prima persona a una scrittura in prima e seconda, io e tu, in cui è come se si rivolgesse direttamente a Jonathan. Per certi tratti il protagonista maschile è “lui“, poi di punto in bianco diventa “tu“, lasciando il lettore spesso un po’ disorientato.

E’ un po’ causa, un po’ conseguenza, della scelta di scrivere in prima e al presente, il fatto di offrire una narrazione fatta per nove parti su dieci della descrizione delle emozioni turbinose della protagonista e solo un misero dieci per cento di vera narrazione. Chi scrive narrativa dovrebbe trasmettere emozioni anche e soprattutto coi fatti che succedono, con le scene, con le situazioni, con l’azione, coi dialoghi. Lady P sa essere molto lirica con le sue introspezioni emotive, e non ci sorprende scoprire che se la cava benissimo a scrivere poesie (ha al suo attivo una raccolta). Ma la lirica funziona sulle distanze brevi. Un romanzo richiede altri ritmi, altri tempi, altra impostazione. L’effetto è una lettura che spesso ho trovato un po’ faticosa. Molto raramente si può eccepire sulla bellezza e l’eleganza delle singole frasi estratte dal contesto, e questo è sicuramente un merito. Ma le lunghe distanze di scrittura (e di lettura, per chi è dall’altra parte), impongono una gestione più attenta dell’intensità, della densità, della liricità. Un romanzo non è, e non deve essere, una poesia di 300 pagine. Bisogna saper essere leggeri, agili, rapidi. E individuare i momenti giusti per concentrare il lirismo e l’intensità, quando il lettore è con le difese abbassate. L’effetto è molto più potente.

Più o meno la stessa cosa si può dire delle scene erotiche. Non ci sono mai vere descrizioni. Ci sono vaghissimi accenni che lasciano intuire più o meno quello che sta succedendo, e poi lunghi passaggi poetici che descrivono le emozioni e le sensazioni della protagonista, con vulcani che esplodono, fiumi che scorrono, fiori che sbocciano, venti impetuosi, mari in tempesta e tutto il repertorio di immagini figurate che ci si può aspettare. Ma il coinvolgimento per chi legge resta abbastanza impalpabile.

Tutta la parte del romanzo in cui il protagonista maschile è agli arresti e i contatti tra i due limitati alle visite di pochi minuti, una o due volte al mese, nel parlatorio (e quindi quasi i tre quarti del romanzo) è ovviamente priva di momenti erotici in diretta. Per garantire il minimo sindacale di erotismo, l’autrice ricorre allo stratagemma di inframezzare tre o quattro volte dei ricordi degli incontri tra i due prima dell’arresto. Ma onestamente ci sembra un escamotage forzoso e poco convincente. Collocate al di fuori di un contesto di evoluzione di un rapporto, e per di più descritte con lo stile poco coinvolgente di cui ho detto sopra, queste scene destano pochissimo interesse e persino il lettore più interessato all’aspetto erotico sente la tentazione di saltare le pagine per andare a scoprire cosa succede al presente, sperando che succeda qualcosa di interessante.

Stendo un velo su tutte le riflessioni che troviamo relativamente a tematiche delicate come quelle dei diritti dei detenuti. Ci sono molte cose condivisibili, ma anche cose che ho trovato un po’ deliranti. Sono riflessioni che andrebbero fatte su un piano più distaccato e razionale, e non proposte da una donna innamoratissima di un uomo in carcere. Se la stessa Angela fosse stata innamoratissima non dell’arrestato, ma della persona cui l’arrestato con il suo crimine ha procurato un danno, avremmo letto tutt’altro. Ma, come detto, stendiamo un velo.

Non intendo mettere in dubbio che lo stile usato, insieme all’effetto di complicità che può suscitare una donna alle prese con un amore impossibile, possano far breccia su una certa fetta di pubblico femminile e fruttare all’autrice consensi e visibilità. Ne siamo felici per lei. Ma io le consiglio vivamente di non adagiarsi e di cercare di superare questi limiti tecnici. Scrivere con cuore e coinvolgimento, come fa Lady P, oltre ad essere un encomiabile atto di coraggio, è la miglior base su cui costruire. Lady P ha tutti i numeri per conservare il suo spicchio di audience e di offrire qualcosa di meglio apprezzabile a un pubblico più ampio. Sono sicuro che non ci deluderà.